Franco e il legno


Dare la parola, o forse restituirla, come voleva Basaglia, ma il cinema non è fatto di parole, è fatto d'immagini, e ogni film non fa che porre una e una sola immagine, che dipana, modula e varia nell'arco del suo minutaggio. Non si tratta, banalmente, di sostenere che l'immagine sia la parola del cinema, che un regista si esprima attraverso l'immagine, perché non è tanto il regista a porre l'immagine quanto, piuttosto, il campo di forze in cui il regista stesso si trova; del resto, lo sappiamo benissimo, che il cinema non è e non ha un linguaggio, che non se ne può fare una semiotica, del cinema, né tantomeno una semiologia: l'immagine cinematografica sfugge agli ordini del discorso, del linguaggio, essa sta altrove e altrimenti. Di questo ci dà prova il cinema di Cecconello, e di più altro ancora. L'avevamo visto a proposito di Olga e il tempo. Parte seconda: Equinozio del pomeriggio (Italia, 2008, 78), nelle pieghe di quel bianco e nero, e lo ritroviamo, sebbene in misura variata, nel suo ultimo lavoro, Franco e il legno (Italia, 2015, 16'), che si discosta dal titolo precedente sotto vari aspetti, tra i quali, non ultimo, la musica, non più di Bach ma di Luca Sigurtà, ed è importante sottolinearlo sin da ora, questo, perché se in Olga e il tempo la musica classica del compositore barocco con la sua perfetta matematica stava come ad amplificare quel reale, dotandolo di un afflato d'universale che, come mostra l'ultima inquadratura, lo rendeva un qualcosa di cosmico, ora la musica fa più che altro da pista, da tracciato o da sentiero dell'opera di Cecconello; si tratta, come già in Olga e il tempo, di restituire l'immagine, o di darla, insomma di andare lì dove la macchina da presa solitamente non arriva, per privare all'oblio qualcosa che, atavico com'è, non può che riverberare in eterno, se solo la mdp, lì, c'arrivasse: e Cecconello ce la fa arrivare, la mdp, con tutto il sacrificio che da ciò può susseguire. Sacrificio perché Cecconello deve come sparire, sottrarsi dall'immagine per poterla restituire, pena il restituire un'immagine di cui si è lo specchio, il che significa adoperarsi per attraversare la soglia, incontrare l'alieno e non fissarsi su naturalismi od oggettività mai realmente tali ma divenire parte di quel campo di forze, fare in modo che la mdp stessa sia una forza tra le forze che proliferano in quel campo. In questo senso, la musica industrial-dronica di Sigurtà fa come d'apripista, da sentiero, poiché è cosa nostra, quella musica, di noi che non siamo entrati nel campo. Ma, man mano che si procede, che il minutaggio fluisce, la musica si fa sempre più ovattata, e si ritrovano, in essa, i rumori da cui effettivamente proviene: i rumori degli arnesi per lavorare il legno di Franco. Ed eccola, alla fine, l'immagine da restituire, restituirla non tanto a Franco (sarebbe tautologico) non per Franco, forse nemmeno per sottrarre all'oblio Franco; piuttosto, restituirla a noi, per noi, per sottrarci all'oblio di noi stessi, di noi che abbiamo dimenticato - e non solo come si lavori il legno. Abbiamo dimenticato anche il silenzio. E allora Cecconello lo dischiude, quel silenzio, ma lo dischiude, nel finale, sempre coll'aiuto di Sigurtà, la cui musica - ora più marcatamente melanconica - è la musica del pulsare del cuore della donna circondata, immersa e permeata dal silenzio: un silenzio che non capiamo, che non riusciamo a decifrare, e siccome Cecconello, l'immagine, la restituisce a noi, ha bisogno di questa musica, che non è affatto extra-diegetica bensì immanente all'immagine, solo non all'immagine così com'è, quell'al di là che è il campo di forze abitato da Franco e dalla donna, ma l'immagine così come dev'essere una volta restituita, e cioè nell'al di qua che abitiamo noialtri, noi che necessitiamo di un grimaldello (la musica*, appunto) per scalfire quel silenzio, per carpire quell'immagine e sottrarci così dall'oblio di noi stessi.


* Cecconello ha messo anche un titolo in inglese, traducendo «legno» con «woodcrafting», cioè «lavorazione del legno», segno che un popolo stupido come quello statunitense non necessita solamente della musica per decifrare un'immagine.

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