Foudre


Cinema che fugge, Foudre (Francia, 2013, 230'). E fugge in primo luogo da se stesso, da quell'attesa che ce l'ha annunciato e fatto così tanto agognare. Perché, dopotutto? Aspettare Foudre, attendere il fulmine, come ha fatto Manuela Morgaine, e attenderlo oltre ogni cosa, perché non si può fare altrimenti: certo, il fulmine squarcia il cielo, ma il suo zigzag, irrompendo nello spazio-tempo, frantuma la distinzione, facendo trapassare lo spazio nel tempo e il tempo nello spazio. Così, Foudre non procede per distinzioni, e l'intera opera è come un unico fulmine, generata da esso e portata, sempre da esso, in un al di là dal quale il fulmine proviene e che il fulmine riporta nel nostro al di qua, senza alcuna discrezione e, anzi, rompendo ogni singola discrezione. In questo senso, le quattro stagioni di Foudre non fanno un anno, poiché tra di esse intercorre un rapporto esclusivamente spaziale, il che - beninteso - non significa che la Morgaine spazializzi il tempo, piuttosto è come se ritrovasse nel tempo qualcosa che sfugge al tempo in quanto distinto dallo spazio, ed ecco, allora, che si aprono i vasti cieli, un mare altrettano infinito, dove qui per «infinito» bisogna intendere lo stesso che «eterno». È questo, il principio della visione di Foudre. Un principio continuamente ritraentesi, una visione che non è soltanto vista ma è anche vedente, e ora l'una e l'altra e ora nessuna delle due. Di fatto, è difficile dire che si veda Foudre; piuttosto, ne siamo dentro, e ne siamo dentro in quanto partecipanti, coinvolti in quanto soggetti che vedono e che, come tali, sono visti: «L'occhio non si scorge nell'altro occhio, ma vede se stesso dentro il principio della visione. Tutto questo sta a significare che l'atto della visione, quello che permette all'occhio di cogliere se stesso, può venire realizzato solo all'interno di un altro atto di visione, e precisamente quello che si trova nell'occhio di un altro»*. Non solo, perché l'immagine di Foudre non solo ci guarda, ma si apre a noi, è il nostro stesso orizzonte avvolgente, oltre il quale non possiamo andare non per un ostacolo della o nella visione ma perché, in fondo, è tutto lì. Dove? Lì, cioè al di là, in quell'al di là di cui il fulmine è traccia. Per questo bisogna aspettare il fulmine, per seguirlo, per attendere che il cielo si dischiuda e poter così sbirciarci dentro, al cielo, atto che non ammette ritorni; se, infatti, all'inizio veniamo introdotti da una voce maschile e una femminile, su un tappeto sonoro techno, alla pericolosità dei fulmini, ebbene questa pericolosità sta tutta nel fatto che il fulmine ci permette, sì, di guardare l'abisso al di là del cielo, verso il nulla che ci fonda e che è come lo sfondo dell'universo, all'interno del quale si gioca la partita tra l'essere e il non-essere, ma, per di più, questa visione, essendo nostra, ci modifica, ci rende letteralmente dei fulminati. È il processo di creazione artistica, di quell'artista che, alle soglie e agli inizi del Novecento, non poteva non impazzire (socialmente, almeno) di fronte a quello che si prospettava per il mondo e che lui conosceva così bene per aver avuto modo di perdersi, sé e la sua favella razionalmente culturale e culturalmente razionale, nello sfondo perpetuamente ritraentesi sul quale sta il mondo, nonché il cosmo intero. Artaud, Schreber, van Gogh, Nietzsche. Conosciamo tutti i deliri di Artaud, il che significa non conoscerli: conoscerli in quanto deliri, quand'è vero che non sono deliri ma pensieri del profondo, che l'hanno setacciato, il profondo. Le poesie di Artaud - cosa sono, se non fulmini? opere in grado di squarciare il velo di Maya per farci presente, almeno per un istante, lo sfondo ritraentesi, che, come tale, non è e non può mai essere presente se non in quanto assente? E allora l'elettroshock, i cinquantadue elettroshock di Artaud, per abolire con l'elettricità qualcosa che non è solamente elettrico, il fulmine appunto. Ma come abolire con l'elettricità qualcosa che è anche elettricità? Lo si intensifica, e le poesie che Artaud scrisse in manicomio furono tra le sue più belle, quelle più in grado di squarciare l'apparenza dell'essere e del non-essere. E così Foudre, che dopo l'autunno dei fulmini e l'inverno dell'elettroshock, ci mostra chi trovò Dio con un'intellezione più che con un'illuminazione: primavera, colpo di fulmine. Come quello degli innamorati (Marivaux), che col loro amore travalicano il positivismo che li meccanizza, che li priva di tutto, che li rende macchine. Autunno, inverno, primavera, estate: quattro stagioni, tutte collegate da un fulmine, da un movimento zigzagante d'energia cosmica che fonde i confini, abolisce le foglie, facendo trovare nell'amore dell'estate l'elettroshock dell'inverno; Foudre, il fulmine, lo zigzag che gli permette di essere ora qui e ora lì, una linea che non è mai dentro i confini senza contemporaneamente travalicarli (e che anche non travalica il confine senza con ciò stesso rimanerci dentro).


* Michel Foucault, L'ermeneutica del soggetto.

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