Fotogrammi #37: Herbert Marcuse e l'arte come possibile


«Il potere assimilante della società svuota la dimensione artistica, assorbendone i contenuti antagonistici. Nel regno della cultura il nuovo totalitarismo si manifesta precisamente in un pluralismo armonioso, dove le opere e le verità più contraddittorie coesistono pacificamente in un mare di indifferenza. Prima che questa riconciliazione culturale fosse in atto la letteratura e l'arte erano essenzialmente alienazione; esse alimentavano e proteggevano la contraddizione, la coscienza infelice del mondo diviso, le possibilità frustrate, le speranze non realizzate, e le promesse tradite. Erano una forza razionale, cognitiva, volta a rivelare una dimensione dell'uomo e della natura che era repressa e respinta nella realtà. La loro verità stava nell'illusione evocata, nel loro insistere a creare un mondo in cui il terrore della vita era richiamato e sospeso, dominato da un atto di ricognizione. È questo il miracolo del capolavoro; è la tragedia, sostenuta sino all'ultimo, e la fine della tragedia, la sua soluzione impossibile. Vivere il proprio amore e il proprio odio, vivere ciò che si è, significa sconfitta, rassegnazione e morte. I crimini della società, l'inferno che l'uomo ha costruito per l'uomo, diventano indomabili forze cosmiche. La tensione tra l'attuale ed il possibile è trasfigurata in un conflitto insolubile, in cui la riconciliazione avviene per grazia dell'opera come forma: la bellezza come "promessa di felicità". Nella forma dell'opera la situazione esistente è collocata in un'altra dimensione, dove la realtà data si mostra per quel che è. In tal modo essa dice la verità intorno a se stessa; il suo linguaggio cessa di essere il linguaggio dell'inganno, dell'ignoranza e della sottomissione. La finzione narrativa chiama i fatti per nome ed il regno di questi va a rotoli: la narrativa rovescia l'esperienza quotidiana e mostra come questa sia falsa e mutilata. Ma l'arte possiede questo magico potere soltanto come il potere della negazione. Essa può parlare il proprio linguaggio solo finché sono vive le immagini che rifiutano e confutano l'ordine costituito.» (Herbert Marcuse, L'uomo a una dimensione)

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