Fotogrammi #35: Gilles Deleuze e il cinema come atto di resistenza


«Non tutto ciò di cui si parla è riducibile alla comunicazione. Poco male. Che cosa vuol dire? In primo luogo che la comunicazione è la trasmissione e la propagazione di un'informazione. Ma che cos'è un'informazione? Non è difficile, tutti lo sanno, un'informazione è un insieme di parole d'ordine. Quando venite informati, vi dicono ciò che si presuppone che crederete. In altri termini informare è far circolare una parola d'ordine. Le dichiarazioni della polizia sono chiamate giustamente dei comunicati. Ci comunicano informazione, ci dicono ciò che si presume che possiamo, dobbiamo o siamo tenuti a credere. O anche a non credere, ma facendo come se ci credessimo. Non ci viene chiesto di credere, ma di comportarci come se ci credessimo. Questa è l'informazione, la comunicazione, e senza queste parole d'ordine e senza la loro trasmissione, non c'è informazione, non c'è comunicazione. Ciò significa che l'informazione è proprio il sistema del controllo. È evidente, e oggi ci concerne particolarmente. [...] Il controllo non è la disciplina. Con un'autostrada non si reclude nessuno, ma facendo autostrade si moltiplicano i mezzi di controllo. Non dico che questo sia l'unico fine dell'autostrada, ma si può andare in giro all'infinito e "liberamente" senza essere affatto reclusi, pur essendo completamente controllati. È questo il nostro futuro. Mettiamo che l'informazione sia questo: il sistema controllato delle parole d'ordine che valga in una determinata società. Che cosa può avere a che fare con questo l'opera d'arte? Non parliamo di opera d’arte, ma diciamo almeno che c’è contro-informazione. Ci sono dei paesi dittatoriali nei quali, anche in condizioni particolarmente dure e crudeli, c’è contro-informazione. Ai tempi di Hitler gli ebrei, che arrivavano dalla Germania ed erano i primi a dirci che c’erano i campi di sterminio, facevano contro-informazione. Ma bisogna constatare che la contro-informazione non è mai stata sufficiente a fare qualcosa. La contro-informazione non ha mai dato fastidio a Hitler. Tranne che in un caso. Qual è questo caso? È importante. La sola risposta è che la controinformazione diventa effettivamente efficace solo quando è – e lo è per natura- o diventa un atto di resistenza. E l’atto di resistenza non è né un’informazione né contro-informazione. La contro-informazione è effettiva solo quando diventa un atto di resistenza. Che rapporto ha l’opera d’arte con la comunicazione? Nessuno. L’opera d’arte non è uno strumento di comunicazione. L’opera d’arte non ha niente a che fare con la comunicazione. L’opera d’arte non contiene letteralmente la minima informazione. C’è invece un’affinità fondamentale tra l’opera d’arte e l’atto di resistenza. Questo si. Essa ha qualcosa a che fare con l’informazione e la comunicazione in quanto atto di resistenza. Qual è questo misterioso rapporto tra un’opera d’arte e un atto di resistenza, se gli uomini che resistono non hanno né il tempo né talvolta la cultura necessaria per avere il minimo rapporto con l’arte? Non so. Malraux sviluppa un bel concetto filosofico, dice una cosa molto semplice sull'arte, dice che è la sola cosa che resiste alla morte. Torniamo al principio: che cosa si fa quando si fa filosofia? Si inventano concetti. Secondo me questa è la base di un bel concetto filosofico. Riflettete... che cos'è che resiste alla morte? Basta guardare una statuetta di tremila anni avanti Cristo per trovare che la risposta di Malraux è in fondo una buona risposta. Si potrebbe dire allora, meno bene, dal punto di vista che è il nostro, che l'arte è ciò che resiste, anche se non è la sola cosa che resiste. Di qui il rapporto così stretto fra l'atto di resistenza e l'opera d'arte. Non ogni atto di resistenza è un'opera d'arte, benché, in un certo senso, lo sia. Non ogni opera d'are è un atto di resistenza e tuttavia, in un certo senso, lo è.» (Gilles Deleuze, Che cos'è l'atto di creazione?)

8 commenti:

  1. Davvero interessante, non so perché mi ricorda l'andamento de "La camera chiara" di Barthes. Come un pungolo che cerca di toccare un territorio troppo spesso opaco come il dire qualcosa di concreto e preciso, non banale, sull'arte. Finora ho incontrato Deleuze soprattutto in termini di riferimento ("Deleuze ritiene che"), ma queste citazioni mi spronano a leggerlo direttamente.
    Che testi suggeriresti per avvicinarmici?

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    1. Dipende cosa ti interessa. Se ti interessa cinematograficamente, Deleuze ha scritto tre libri sul cinema (Cinema 1. L'immagine-movimento, Cinema 2. L'immagine-tempo, Che cos'è l'atto di creazione), mentre se vuoi proprio abbordare il suo pensiero, l'unica è iniziare da Differenza e ripetizione.

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    2. Credo valga la pena iniziare dal generale, per poi scendere in ambiti particolari, in ogni caso, grazie.

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    3. Già. Anche perché molti dei concetti espressi nei volumi sul cinema (o sull'arte, "Logica della sensazione", o sulla letteratura, "Kafka") vengono formulati nei testi più prettamente filosofici.

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    4. E per una contestualizzazione storico-cultarle cosa suggerisci?
      Uno dei miei principali problemi è questo: temo di farmi assorbire dalla materia e di perdere di vista le coordinate, venendo sopraffatto dal testo. Ma dall'altra so che è giusto anche questo sprofondamento, perché ti permette di toccare il cuore puro del testo. Ad esempio, io per anni ho esperito con tacita sofferenza il cinema, fin quando non ho avuto modo di studiarne la storia (secondo la tradizionale organizzazione scolastica) e le basi strutturali (la cosiddetta disciplina dell'"Analisi del film), sol quando ho potuto raggiungere queste conoscenze (limitate ma non limitanti se interpretate correttamente, almeno credo) ho ritenuto di essere in possesso di quei paradigmi essenziali che mi sostenessero poi nella visione.
      Temo di aver lo stesso problema con questi testi, per questo chiedo cosa poter usare per avere quel minimo orientamento che sia poi funzionale a un'eventuale nuovo smarrimento.

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    5. Guarda, Deleuze riprende a piene mani un patrimonio filosofico vastissimo, ma, appunto, non credo sia una buona idea leggere Kant prima di e per leggere Deleuze: è qualcosa di scolastico. Leggi Deleuze e, man mano che lo leggi, approfondisci quello che tratta e che più ti interessa, e studia quello che conosciuto meno. Ma, appunto, conviene farlo in corso d'operazioni non prima. Per quanto riguarda il panorama storico-culturale c'è quel libro di Badiou (Avventure della filosofia francese, mi par si chiami), che però non mi sento di consigliarti perché lui non mi piace e credo abbia completamente frainteso Deleuze. Ripeto, dovresti orientati secondo i tuoi interessi, ma questo lo puoi fare soltanto approfondendo in corso d'opera...

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  2. Kant nello specifico lo conosco abbastanza, soprattutto la Critica della facoltà di Giudizio, in ogni caso grazie.

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    1. Ecco, quella che più piace a Deleuze ^^

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