Envio 26


Scorci, sguardi: perché uno sguardo non può essere che di scorcio. Da lontano o di striscio, lo sguardo sottrae qualcosa, è per sua stessa natura effrattivo: lo sguardo, attuandosi, porta via qualcosa per ricostituirlo altrimenti. Lo porta via dal mondo. Una chiesa diroccata. La guardo, e guardandola la sottraggo a un panorama, che è quello mondano, per costituirla in un altro panorama, che è quello della visione. Una visione, dunque, che sarà sempre qualcosa di originale e originario, una presenza che è di per se stessa segno di un'assenza fondamentale, perché fondante la presenza che non si risolve mai totalmente nella visione. Ecco, Envio 26 (Cile, 2013, 6') è così: una visione come traccia di uno spazio irrimediabilmente perduto, poiché l'atto stesso di enuclearlo, quindi di traslarlo, in un'immagine lo evacua da se stesso, e quel se stesso non è più. Non è più, è perso per sempre. Non può più essere risorto, le forze che interagivano in un certo modo e che per quel modo hanno dato quella determinata immagine lì ora interagiranno in maniera diversa, non saranno nemmeno più le stesse forze, e non solo daranno, a un nuovo sguardo, a un nuovo atto effrattivo, una nuova immagine, un'altra immagine, ma ciò sarà anche il segno di una morte assoluta, di un «non più» inequivocabile, inalterabile e, proprio in quanto inequivocabile e inalterabile, costitutivo dell'immagine di cui è l'assenza; in questo senso, Envio 26 è un film che si scompagina nel procedere del proprio minutaggio, e colle sue stesse immagini o, meglio, con l'assenza che, di immagine in immagine, emerge, riscuotendo ciò che le è dovuto, ciò che è suo di diritto. Non si tratta, dunque, di una vera e propria assenza di trama quanto, piuttosto, di una trama che manca perché, prima che essa si faccia, è già intervenuta l'immagine e, con essa, la scompagine ad essa intrinseca, immanente: poi, d'improvviso, un nuovo strumento per riprendere, per catturare l'anima. Di nuovo, non si tratta di animismo ma di semplice necessità naturale: una volta che l'immagine pone la propria sottrazione, all'immagine non resta che ripercorrere genealogicamente il proprio vissuto, la propria immaginazione, ed ecco quindi l'obiettivo pronto a portare via all'immagine un qualcosa di simile a quello che l'immagine a cui ora viene sottratto aveva sottratto al mondo. Così, l'immagine diviene mondo, ma è un mondo che può darsi solamente in perdita, che è tale solo nel momento in cui è tolto. Insindacabile silenzio, ogni immagine è l'immagine non della morte in sé ma di una morte. È, essa, cioè l'immagine (o «una morte»), un posto vuoto che brancola continuamente, e che colla sua sottrazione di senso, col suo brancolare che è propriamente un non-senso, fa affiorare il senso di ciò che tocca - di nuovo, però, che tocca solo di striscio, di scorcio.

1 commento:

  1. Un blog che ho letto con attenzione e che mi ha fatto molto riflettere anche se devo dire , in tutta onestà, che molte cose mi sono sfuggite...
    Da prendere e leggere con attenzione ancora , come quest'ultimo sullo scorcio, lo sguardo ,l'attimo, difficile , teorico a volte , ma affascinante.
    Mi sono iscritta con piacere.
    Felice se vorrai ricambiarmi!
    Grazie e serena serata ..Abbraccio
    http://rockmusicspace.blogspot.it/

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