(Agiografie #2: Mauro Santini) Passeggiate urbinati


Di pietre, di uomini. Di cosa è fatta Urbino? Passeggiate urbinati (Italia, 2006, 10'), distico composto da due frammenti filmici, intitolati rispettivamente Pietre e Uomini, non pare volersi interrogare sulla materia che costituisce Urbino, ma, lungi dal potersi considerare come una sorta di tentativo decostruttivo della città marchigiana, l'opera di Mauro Santini si affaccia su Urbino ed immediatamente è nelle sue viscere, nelle geometrie di luce e ombre che, se propriamente non la compongono, senz'altro danno al capoluogo una profondità, una tridimensionalità non dovute, e non dovute perché, in ultima istanza, Urbino si dà al di là di quelle ombre, anche non esattamente in una luce riflessiva che, piuttosto e al massimo, permette la visibilità. Il minimalismo di fondo, del resto, non fa che dare spessore a ciò che spessore non ha, ovvero - ancora - a quelle geometrie di luce e ombra che non permettono di pensare l'ombra senza la luce o, viceversa, la luce al di qua dell'ombra: ed è proprio su queste geometrie euclidee, monodimensionali, che Santini appoggia lo sguardo, ponendosi come al di qua della tridimensionalità, ora negata. Negata perché, forse, a Santini non interessa gettare una visione d'insieme su Urbino quanto contemplare, con fare più o meno analitico, il luogo prima del luogo, ciò cioè da cui Urbino stessa, in tutta la sua splendente e splendida luminosità, sorge e scaturisce. Ecco, allora, che la necessità di uno sguardo come accostato alle cose, affianco a esse, ponga un'immagine per così dire pittorica, ma di quella pittura che antecede Giotto e la sua prospettiva: è un'immagine piatta, su cui si distendo le luci e le ombre. E sono queste, infine, a dare gli edifici, non gli edifici a gettare ombra sulla luce, il che ci pare sia di sostanziale importanza non solo nell'economia della filmografia santiniana ma anche - e soprattutto - a livello di cinema generale; questo, infatti, e come si è più volte sottolineato, non dà luce, il proiettore non proietta luce, ma è la luce che attraversa il proiettore, che lo antecede, che s'iscrive sulla pellicola: un film è l'avvento della luce che si fa evento. Quindi non sembrerà strano se Santini, anziché analizzare architettonicamente Urbino, la filmi, perché, appunto, è col cinema e non con l'architettura che si perviene a quel luogo prima del luogo, al fondamento ultimo della città, e cioè la luce e l'ombra, l'ombra e luce, inseparabili e indiscernibili, ombraluce. Poi vengono le pietre, e poi ancora vengono gli uomini. Ma gli uomini, in questa coreografia di ombraluce, non sono che fantasmi, spettri, enti ectoplasmatici fatti e vestiti soltanto della propria luce e delle proprie ombre. In questo modo, ciò a cui si arriva non è tanto la costituzione della città in quanto tale quanto, piuttosto, la scoperta che la città, fondata - lo ripetiamo per l'ennesima volta - sull'ombraluce, non è fatta solo di pietre ma anche di uomini, il che, certo, sembrerà una banalità, ma non lo è: se l'architettura non arriva a definire una città se non per ciò che la costituisce in termini di edifici e via dicendo, è perché essa manca il fondamento, parte da presupposti sbagliati; il cinema, invece, e in particolar modo questo film di Santini, scopre che il fondamento ultimo è l'ombraluce, elemento panico che sta alla base di ogni cosa, che unisce ogni cosa, che è (in) ogni cosa. Urbino è una città fatta non soltanto di edifici ma anche di uomini, uomini + edifici - uomini ed edifici che hanno lo stesso statuto d'essere, e uomini - di nuovo, sembrerà banale ma non lo è, specie considerando il razzismo ormai imperante - che hanno tutti il medesimo diritto di cittadinanza, poiché, a livello essenziale, sono fatti della stessa materia, ombraluce, e la differenze tra gli esseri umani è data esclusivamente dai riflessi della luce, dai giochi d'ombra, dal giostrarsi dell'ombra e della luce e dal rifrangersi di quest'ultima sulla prima che avvengono in essi, prima di essi. Ecco, Passeggiate urbinati (Italia, 2006, 10') non scopre altro che questo carattere intensivo che sta alla base degli enti e, nella sua semplicità, non può non considerarsi un capolavoro etico, se con etica intendiamo lo studio delle potenzialità più pure che, sfondando l'ontologia, sono ciò che rimane del reale una volta che questo venga ridotto all'osso. In dieci minuti, Santini va al di là dell'architettura, dell'antropologia, della politica e scopre l'insensatezza di simili costruzioni teoriche, che mancano il punto: un punto che il cinema di Santini centra appieno.

2 commenti:

  1. mamma che boiata...ma se ti mando un video di me che scoreggio ce le scrivi comunque venti righe piene piene?..."cinema del nulla"..chiamalo così sto blog

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    1. Giusto uno che non ha visto il film può dire una cosa del genere. Patetico.

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