(Agiografie #2: Mauro Santini) Dove sono stato



manca sempre una cosa,
un bicchiere, una brezza, una frase,
e la vita duole
quanto più la si gode
e quanto più la si inventa.
(f.p.)*

I videodiari sono dei diari, appunto, formato video, appunto, che iniziano con Dove sono stato (Italia, 1994-2000, 27’), cortometraggio che narra la storia di un tentativo di incontro tra il protagonista e Aldo, un amico scomparso in Portogallo... errato. Innanzitutto non c'è storia, non c'è narrazione. O meglio, sì, la voce di Corso Salani ci parla di questo viaggio compiuto alla ricerca di un amico scomparso, ma qualcosa stona in questa facile interpretazione, in questa sceneggiatura manchevole, non perché scene e voce non si leghino abbastanza tra loro: «manchevole» non è un aggettivo che ci indica una privazione, anche se una sorta di privazione c’è, ma, appunto, è una privazione non negativa, piuttosto strutturale, poiché la si percepisce in tutta la sua costitutiva affermatività, ed effettivamente così è; mancando una sceneggiatura, degli attori (i volti che vengono ripresi con una delicatezza sconvolgente, quasi a ricercare qualcosa, non solo l'amico, sono tutti volti di strada, non c'è finzione, non c'è alcun mostrarsi o propendersi verso la videocamera), e un regista che dirige le scene che si imponga formando e trasformando un contesto è infatti come se si creasse un vuoto, ma questo vuoto è abitabile. Non c’è, appunto, nemmeno un protagonista e nemmeno Aldo, o, meglio, Aldo c'è, c'è stato, ma non avviene nulla che ci porti a un senso di estraniazione, ovvero non ci sentiamo in Dove sono stato davanti a una storia a noi estranea, non tanto perché non è una storia che può capitare a tutti, perché non c’è storia, questo è già stato detto, bensì non c’è estraniazione perché è la parte non-struttura, non-linguaggio, ad essere coinvolta, è una parte intima, irriducibile, non banalmente solo quella delle emozioni – anche se sì, ci può commuovere, e in effetti ci si commuove - ma fondamentalmente quella che tocca un’intimità che distruggerei solo a spiegarla e che ci è dolce e si esperisce spontaneamente, ed è qualcosa di non definito né definitivo, non determinato, non è la ma una storia - e in questa generalità ci troviamo inevitabilmente coinvolti. Infine, è un incontro non solo tentato ma avvenuto, avvenuto tramite il (e nel) Cinema, perché c’è un vuoto tra il 1994 e il 2000, anni rispettivamente della registrazione delle scene e del loro assemblaggio per dargli un corpo, e questo vuoto Santini riesce a colmarlo, con sofferenza e grazia, quasi a voler ricomporre una rottura che si risolva in un Cinema che unisce e in qualche modo resiste... e resiste proprio con l’incontro con il Cinema, con un amico, con la vita che reinizia, e reinizia con il Cinema.


* Citazione finale tratta da Dove sono stato.

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