(Agiografie #2: Mauro Santini) Da qui, sopra il mare


Da qui, sopra il mare (Italia, 2003, 10'), ovverosia ovunque: l'atto con cui si dà Da qui, sopra il mare è infatti e innanzitutto un atto d'ubiquità, che cioè pone l'ubiquità facendo sì che quel qui sia ovunque e che, contemporaneamente, l'ovunque sia qui. Il cinema è nato così, quella locomotiva avanzava verso un qui che era ovunque, ovunque ci fosse uno sguardo disposto o pronto a guardarla. In questo senso, si potrebbe scorgere nel cortometraggio di Santini una sorta di gesto ritualistico, se con rituale intendiamo una reiterazione del mito. Cos'è un mito? Un mito è sempre fondativo e in quanto tale è comunque passato, ma questo passato, come passato mitico, non può che trapassare nel presente, il quale, dunque, arriva ad essere rituale proprio nel momento in cui viene trapassato dal passato del mito e dal mito del passato. Da qui, sopra il mare, del resto, richiama subito la vacuità di un passato che è quello delle stanze e delle strade: strade che sono come quelle di Passeggiate urbinati (Italia, 2006, 10'), ovverosia composizioni di ombraluce che non esiste ma insiste e sussiste, ed insiste e sussiste soltanto come cornice architettonica entro la quale può darsi un edificio, un passante. Banalmente: non si dà passante senza strada. Ma cos'è una strada senza passanti? Il passato diviene allora la cornice entro la quale porre il dipinto, la condizione di possibilità che è tale solamente per il fatto che, per essa, tramite essa, delle possibilità vengano realizzate, delle virtualità attualizzate, e il punto è proprio questo: il passato precede il presente solo gnoseologicamente, poiché ontologicamente non si dà passato senza presente, quindi mito senza rito. Detto questo, non si tratta tanto di porre in essere qualcosa di presente, a Santini questo movimento non sembra interessare: ciò che conta, invece, è scorgere il punto d'intersezione tra passato e presente, il momento di attualizzazione o, il che è lo stesso, di virtualizzazione. Non passato o presente ma passato e presente, assieme, nel momento in cui le rette del possibile e del reale, del virtuale e dell'attuale s'incrociano e si (con)fondono. L'abbiamo visto più volte: cinema e vita, nella filmografia di Santini, si (con)fondono, e ciò che importa non è tanto cogliere il cinema e la vita ma questa loro (con)fusione. Ora, Da qui, sopra il mare è a nostro parere il film in cui ciò avviene in maniera più paradigmatica, poiché passato e presente, possibile e reale, virtuale ed attuale non vengono come sussunti al cinema ma sono di per sé stessi cinema, e cioè vita. Torniamo alla cornice di cui parlavamo poco prima. Essa è subito esposta (la finestra che si apre all'inizio) ma è anche subito riempita, e riempita prima da un volto che si sporge in essa poi, tramite dissolvenze, da sagome che affollano paesaggi e paesaggi che trapassano queste stesse sagome. E ritorna, la cornice: ritorna nei corridoi di un albergo, in una porta, in una finestra da cui si sporge qualcuno, dischiudendo un interno che potrebbe e non potrebbe essere quello della finestra. È, insomma, la cornice de La corniche (Italia, 2006, 10'): la vita entra spontaneamente dentro la macchina da presa e la macchina da presa (ac)coglie spontaneamente la vita. Il senso di jasperiana Wahstimmung dato dalle dissolvenze non ha altro significato, quello cioè di far ondeggiare i significati, non per renderli significanti ma per annullare proprio il dualismo segnico tra significante e significato, quindi - di nuovo - tra presente passato, possibile e reale, virtuale ed attuale, cinema e vita. Non c'è dunque propriamente un recupero del passato: il passato si dà nel momento stesso in cui c'è presente; e il cinema, nella sua più luminosa fragilità, non può travalicare la vita, nemmeno accostarsi ad essa: nel momento in cui c'è cinema c'è vita, e questo è chiaro e semplice, come chiaro e semplice è che, proprio perché quando c'è cinema c'è vita, non può darsi vita senza cinema. Se, infatti, Santini tenta di recuperare il passato, egli non può riuscirci se non istituendo un punto in cui la retta del passato interseca quella del presente, momento straordinario che impropriamente viene definito ricordo e che più propriamente dev'essere conosciuto come vita; ora, però, come abbiamo visto, ciò non può darsi che all'interno di una cornice che è immanente alla vita stessa, e questa cornice altro non è che il cinema stesso, ovvero non Da qui, sopra il mare ma una parte - quella, se vogliamo, più virtuale - di Da qui, sopra il mare, perché Da qui, sopra il mare è ambedue le cose assieme, inestricabilmente e indiscernibilmente. È occhio e sguardo, vedente e cosa vista.

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