(Agiografie #2: Mauro Santini) Da lontano



Santini continua a mostrarci un viaggio in Da lontano (Italia, 2002, 7’) - lui stesso ne parla come un «viaggio interiore» - e questo viaggio è di nuovo proposto come un divenire, ma divenire che cosa? Questo è un cortometraggio un po' diverso dai primi, in cui le caratteristiche dei Videodiari iniziano a farsi più forti, come se si iniziasse così a definire una sorta di metodo per mostrare un rimando a qualcos’altro, ma questo qualcos’altro non si struttura e non struttura, perché, con questa forma filmica, si libera da qualsiasi vincolo - e anche le immagini già registrate, le voci già impresse, i volti già conosciuti, non appartengono più al passato bensì vengono pian piano trasformati (o si trasformano) in qualcosa di indefinito, di appena accennato, che non è più propriamente di qualcuno ma per tutti; ciò che dunque si presenta sullo schermo è un'alternarsi di scene costituite da immagini più definite o da immagini che rimandano solo a qualcosa, qualcosa che si ferma sulla soglia della percezione e che a noi è dato soltanto d'intuire e, coll'intuizione, ricostruire, riconoscere, quindi formare, perché siamo predisposti a livello neurale a riconoscere, di penetrare la foschia e di non limitarci a un semplice cogliere una forma informata, oppure - ancora - non ci rimane nemmeno più l’intuizione e questi enti si presentano alla stregua di macchie che sussistono solo se prese così come sono, e cioè come un semplice mostrarsi di qualcosa che, allora, non è più semplicemente informato ma naturalmente informe. Ci sono anche scene in cui, nello stesso momento, si presenta una sovrapposizione di questi diversi tipi di immagine, quasi a mostrarci come la realtà e una sorta di irrealtà si possano mescolare per creare una visione schizofrenica del mondo – visione che, con la totalità del film, si mostra, quindi, con questo «viaggio interiore» che è, in ultima istanza, surreale proprio perché presenta un dippiù di realtà (dippiù che altro non è se non ciò che abitualmente non riusciamo a cogliere e che si mostra/si dà attraverso il cinema, il quale, allora, ha il potere di portare alla nostra soglia d'attenzione intensità che comunemente al di là o al di qua di essa): sbiadendo i connotati, facendoci perdere le coordinate, e conducendoci, infine, a percepire solo uno schermo bianco con figure più scure, perdiamo finalmente la stabilità e la sicurezza di un mondo dato per scontato, e che diciamo normale o ancor peggio reale; per questo motivo, tale viaggio diviene un divenire schizofrenico, e questa visione, pensata come un qualcosa di lontano, ci è in realtà molto vicina anche se non può essere la nostra normalità o, meglio, la è senz'altro ma senza che noi ne siamo coscienti, poiché ciò diverrebbe qualcosa di spaventoso ai nostri occhi stanchi e così disabitati al cinema... A ogni modo, Santini riesce a proporci un'alterità che con il cinema diventa per noi incredibilmente vicina, oltre che incredibilmente intima, e fa emergere qualcosa che per noi era allora lontano e che, paradossalmente, continua ad esserlo, ma questa lontananza è ora in movimento, qualcosa di non statico ma a cui tendiamo e tendiamo stavolta senza spavento, anzi, fiduciosi. Questa fiducia non la proviamo perché il film è relegato nello schermo e dunque si pone ad una certa distanza da me – distanza ovviamente che rimane, a livello concreto: io non divento lo schermo e lo schermo non diventa me, non c’è una fusione, ma questa non-fusione avviene perché si parla non di due cose, un oggetto e un soggetto, bensì di una relazione nella quale oggetto e soggetto si compenetrano e si scambiano le funzioni; per questo si è fiduciosi, e lo si è perché sostanzialmente rimane preservata la propria alterità ma in una dimensione di incontro, che ancora una volta, e ancora una volta con Santini, avviene grazie al cinema.

Nessun commento:

Posta un commento