A study in natural magic


Non si tratta di filmare un oggetto, in A study in natural magic (USA, 2013, 3'), perché l'oggetto è ciò che manca, ma non si tratta nemmeno più di filmare la costituzione di un oggetto, la luce che effettivamente dà l'oggetto, che può essere ora un braccialetto d'oro, ora un soffione; piuttosto, si tratta di mistificare la soglia, quella soglia comunque impercettibile in cui la luce è l'oggetto e l'oggetto è la luce, e ancora non basta: non basta, perché la luce non è materia, e se di essa si può parlare come di un oggetto, ecco, allora, che bisognerebbe ridefinire l'oggettualità, il carattere oggettuale di ciò che è oggetto, il che, per inciso, farebbe perdere di molto il particolare statuto della luce. Allora, l'unica cosa che si può fare è prendere atto dell'insufficienza del linguaggio e affidarsi a ciò che solo l'immagine cinematografica può cogliere e, cogliendo, creare in un processo che ha dell'alchemico; del resto, già Epstein si era accorto dell'alchimia che il cinema sottintendeva e che ogni film dovrebbe sempre e comunque implicare: «La cabala, l'alchimia, riassumendo un'insondabile tradizione, postulavano e avevano la pretesa di dimostrare più o meno l'unità sostanziale e l'unità funzionale dell'universo. Il microcosmo e il macrocosmo dovrebbero possedere fondamentalmente la stessa natura e obbedire entrambi a una stessa legge. In linea generale, lo sviluppo attuale delle scienze sta confermando questa prodigiosa intuizione. Il cinematografo ne dà, anch'esso, una verifica sperimentale. Esso indica che la sostanza di tutto il reale sensibile, tranne il fatto che non si riesce a capire che cosa sia, si comporta ovunque e sempre come se fosse sempre e ovunque identica a se stessa. Il cinematografo mostra anche che tra quest'unica incognita si trova regolata in tutte le sue differenziazioni da una legge fondamentale: l'attributo è funzione del tempo, le variazioni di qualità seguono le variazioni di quantità del tempo o, per meglio dire, dello spazio-tempo, poiché in realtà il tempo è inseparabile dallo spazio che orienta»*. Questo, d'altronde, l'avevamo già notato a proposito del capolavoro di Ashrowan, Speculum (Scozia, 2014, 7'), ma ora non si tratta più di sottendere l'alchimia al cinema quanto, piuttosto, di confondere radicalmente i due ambiti al fine di non far sussistere alcuna differenza tra il libro di Roger Bacon e il film di Charlotte Pryce; in esso, infatti, si tende all'oro come la più antica tradizione alchemica insegna, ma è un altro oro, di tipo diverso, quello a cui si perviene, e cioè l'oro della luce: la Pryce filma quello che all'apparenza dovrebbe essere un braccialetto d'oro, registrando, di esso, variazioni di superficie dovute fondamentalmente alla luce, una luce che, successivamente, dischiude un ambiente costituito interamente da modulazioni luminose intorno a una sagoma disegnata. Ed ecco il fatto: la luce è l'ambiente, non è dentro un ambiente né lo costituisce ma è l'ambiente, il cosmo entro il quale gli eventi si manifestano e si manifestano come variazioni di luce. In questo senso, non c'è alcuna differenza tra una carica di polizia e un'operazione bancaria: sono ambedue eventi di luce e, se c'è una differenza tra una carica di polizia e un'operazione bancaria, essa è dovuta essenzialmente a una diversa gradazione di luce. Tutto qui. Allora, che cosa si propone di fare Charlotte Pryce con - anzi, in - A study in natural magic? Di fatto, nulla. Piuttosto, scopre quest'oro della luce dalla luce dell'oro, il che - sia chiaro - non viene fatto smaterializzando l'oro, cosa tutt'altro che alchemica, bensì scoprendo la natura più intrinseca della materia, che è appunto quella di essere luce; in questo contesto, dunque, l'oro vale nella sua luminescenza, vale perché non può darsi se non come oggetto, materialità insistentemente votata allo scacco virtuale o, meglio, ciò che più di tutte le altre materie è votata alla virtualità e che, come tale, può aprire la soglia, renderla manifesta. Così, il soffione nel finale, non è che una conglomerazione di punti luminosi che si accendono e si spengono, cioè aumentano e diminuiscono d'intensità, perché anche il buio, da cui la luce scaturisce, è infine dato dalla luce, è una variazione intensiva della luce, l'ambiente in cui la luce c'è ma ha minor intensità. E se il cinema, nella sua specificità, richiede la luce, si fa per tramite e nella luce, è perché, in ultima istanza, tutto è cinema o, anche (è lo stesso), tutto è perché può essere cinema, il che ha una sua concretezza, un'inconsistente consistenza che è quella tipica del virtuale, come anche mostra il cortometraggio di Gary Hill, Mediations (towards a remake of Soundings) (USA, 1986, 4'): cosmologia luminosa, ontogenesi cinematografica...


* Jean Epstein, L'intelligenza di una macchina.

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