Time of the glacier


Dopo avere esplorato, con Orbit æterna (Inghilterra, 2013, 16'), ciò che rimane della catastrofe, e cioè il catastrofico, e dopo aver studiato il momento subito precedente il catastrofico, e cioè l'evento della catastrofe, con Łokaj (Inghilterra, 2014, 22'), Teo Ormond-Skeaping realizza questo Time of the glacier (Inghilterra, 2014, 56'), un film che è quasi un anello di congiunzione tra gli altri due, poiché mostra il passaggio dalla catastrofe al catastrofico. Una catastrofe subito visualizzata in un incendio apparentemente indomabile, che apre il film, il quale, nel suo prosieguo, sembra poi come stemperarsi su lunghi piano-sequenza a macchina fissa di montagne, città, cascate e spazzatura, ma è solo un'impressione, poiché quell'incendio è ciò che propriamente dischiude l'universo filmico di Time of the glacier, il quale, allora, non può che avere come sottofondo, come basso continuo una catastrofe che, sì, lo realizza, lo fa essere. Non importa conoscere gli origini di quel fuoco, le fiamme semplicemente si estendono, e ciò che le ha originate sta prima, prima della catastrofe e, dunque, prima del film; il film, invece, parte dal fuoco e dal fuoco trae vita, sicché è il fuoco, in ultima istanza, l'onnipresente, ciò su cui ogni immagine si struttura e che ogni immagine tenta di cogliere. Siamo sui monti, e qui un gruppo di pompieri tenta di spegnerlo, quel fuoco. Dopodiché, campi lunghissimi su una città, i suoi colori, le sue ombre. Solo così arriviamo a dubitare dell'origine di quel fuoco, poiché, se c'è una relazione tra quel fuoco sui monti e la città, allora essa dev'essere ricercata nel fatto di ritrovare un elemento cittadino, cioè di umanità sociale o di socialità umana, all'origine di quel fuoco. Il piromane, però, è a sua volta un anello della catena, che fa soltanto da relazione, e porta il mediometraggio di Ormond-Skeaping ad analizzare gli aspetti che tengono in vita quell'atto, quella catastrofe, una catastrofe di fiamme che verrà pure spenta ma la cui traccia rimarrà indelebile. Ed è questo carattere indelebile della traccia della catastrofe a costituire propriamente l'immagine filmica, la quale, allora, non può che rimandare a un tempo in cui la catastrofe è avvenuta, il catastrofico ha segnato la terra e questo segno, ovvero l'immagine cinematografica posta in Time of the glacier, è tutto ciò o soltanto ciò che permane, indefettibilmente. Non si tratta tanto di cogliere l'aspetto cosmico di un gesto quanto, piuttosto, di conservarlo, appunto, quale traccia. Il tempo del ghiacciaio, in questo senso, è il tempo della modificazione perenne e della forma che assumono le cose quando sono in perenne modificazione, cioè quando la loro forma conserva in sé tutto quanto è passato. I venti, così come quel fuoco. La catastrofe, allora, riverbera, e in questo riverbero rimane eterna - eternità della catastrofe e catastrofe dell'eternità. Certo, ciò non significa non superare la catastrofe, non implica vivere costantemente in un catastrofico qualunque, tant'è che, in fondo, il ghiaccio delle montagne, alla fine, si scioglierà, ma ciò non significa perdere la traccia di quella catastrofe, poiché il suo riverbero altro non sarà concretizzato in altro modo se non come il calore che scioglierà quel ghiaccio, ancora e ancora e ancora.

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