Simulacri #17: Window


A proposito di Little stabs at happiness (USA, 1960, 23'), Alfredo Leonardi scriveva: «L'occhio del film-makers diventa improvvisamente attento e commosso custode di semplici, abbaglianti visioni istantanee, siano esse macchie di colore, oggetti casuali ma significativi, dettagli di un paesaggio perfettamente conosciuto e penetrato sentimentalmente, senza tours de force intellettualistici, o strani accessori di abbigliamento e sia pur la voluto floreale di un vecchio lampione»*. Partiamo dunque da qui. E partiamo da qui perché Window (USA, 1964, 12'), in sostanza, mantiene lo stesso paradigma di visione del cortometraggio del '60, investito però ora di un'aurea metacinematografica che è come se lo facesse implodere dall'interno; Window, infatti, è il film, e, in esso, c'è effettivamente una finestra, ma questa finestra è continuamente passata e trapassata dalla macchina da presa, che, in un ritmo a metà strada tra il convulsivo e il sincopato, si getta in panoramiche metropolitane mozzafiato. Che rimane, dunque, della finestra del titolo? Essa esiste per mostrarsi, ma nell'atto stesso in cui si mostra essa mostra qualcosa che porta lo sguardo ad appoggiarsi al di là di essa e di cui comunque continua a definire i contorni: è la ratio essendi della visione, la sua condizione di possibilità. Al di là di essa, New York si frammenta, turbina, gioisce e muore, e il capolavoro di Ken Jacobs, che sarebbe pure terribile e riduttivo rinchiudere in un nesso esclusivamente metacinematografico, si fa ciononostante incredibile riflessione sul cinema, intenso, questa volta, come coincidenza di schermo e film; lo schermo, infatti, deve annullarsi per dare il film, sicché esso è la ratio essendi del film, il quale, a sua volta, non può che rimandare allo schermo, configurandosi quindi come la ratio conoscendi dello schermo. La finestra del titolo diventa allora lo schermo cinematografico, ma ora questo schermo si fa film, come, in un altro contesto e attraverso altre declinazioni succederà nel bellissimo film di Rashidi, Reminiscences of a yearning (Iran, 2011, 90'): lo schermo si rende visibile ed è palmare la sua costruzione, nonché il fatto fondante e fondamentale del cinema, ovvero il cinema-schermo come limitazione e determinazione del cinema-film. Padre putativo di Jack Smith, autore di quel pezzo d'arte di straordinaria bellezza che è Flaming creatures (USA, 1963, 43'), Ken Jacobs rivela così la consistente inconsistenza del cinema, preludendo a tutta quella riflessione lacaniana che porterà Metz a sostenere che «ogni film ci mostra il cinema e ne è la morte»**, un assunto lapidario che ben comprende, pur senza citarlo, il cinema di Jacobs, il quale, appunto, rivela propria la vita del cinema nel momento della sua morte, paradosso che si rivolge - come appunto mostra Window - nel fatto che la morte del cinema dev'essere intensa come la morte dello schermo, mentre invece la sua vita è da definirsi alla stregua della vitalità più propriamente filmica.


* Alfredo Leonardi, Occhio mio dio. Il new american cinema.
** Christian Metz, Cinema e psicanalisi.

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