Particle progress


Strettamente collegato - e non solo in via estetica - al magnifico Orbit æterna (Inghilterra, 2013, 16'), Particle progress (Inghilterra, 2011, 12') è - come dire - il nucleo originario della poetica filmica di Teo Ormond-Skeaping, una poetica che trova come proprio atto fondativo l'evento della catastrofe, evento della catastrofe che, nel momento stesso in cui è posto a fondazione dell'immagine cinematografica, diviene immediatamente la catastrofe dell'evento, sicché non ci dovrà tanto chiedere in che cosa consista la catastrofe bensì quale sia l'evento, poiché è in esso che, in ultima istanza, l'immagine cinematografica prende vita, e tutto ciò non può essere più chiaramente esposto che da questa piccola opera del 2011, Particle progress, nel corso della quale l'ascesi si trasforma inevitabilmente in una discesa al cuore della catastrofe, una νέκυια al centro dell'immagine. Il nero è dunque ciò che totalizza, ma è un nero opaco, un buio che ha immediatamente qualcosa da spartire con una luce bianca (quella del sole) che non fa propriamente breccia in esso ma è come se da esso prendesse le distanze, si differenziasse cioè da esso. È l'ontogenesi dell'immagine, ovvero - propriamente - la catastrofe. L'avvento della luce dal buio è l'evento della luce, una luce, però, inequivocabilmente (con)fusa al buio da cui si differenzia e che arriva a differenziare, differenziando, in esso, una sagoma umana (la stessa di Orbit æterna?), il profilo degli alberi, una caverna (il sole, la caverna... Platone?), la carcassa di un'automobile (la stessa di Orbit æterna?), e l'angoscia sopraggiunge subito, non appena ci riesce di considerare il fatto che quelle cose erano già lì, che la catastrofe è già avvenuta, solo che non ce ne siamo accorti. La luce del sole viene così a essere una luce proiettata sulle cose, ma l'immagine cinematografica non si confonde con questa luce. L'immagine cinematografica, o almeno quella posta da Teo Ormond-Skeaping, è l'immagine di quella luce, non quella stessa luce, la quale può a sua volta essere un'immagine, ma, allora, l'immagine propriamente cinematografica non sarebbe che l'immagine dell'immagine della luce. O, meglio, forse l'immagine cinematografica è propriamente quella luce, ma quella luce non sta a sé, e a noi non è dato coglierla nella sua interezza, nella sua autarchia: non vediamo la luce, vediamo ciò che essa illumina, e ciò che illumina è ciò che esisteva già prima, la carcassa dell'auto, di cui si può immaginare una proiezione, proiezione che sarebbe il sole, la luce, che si stacca dal buio non appena il buio la distrugge come auto, come ente materico, per farsi elemento etereo, fotonico, luce appunto, distaccata dal buio. È questo, l'evento della luce, che si sottrae al nostro sguardo. Il nostro sguardo, infatti, resta coinvolto nelle tenebre, le quali sono rese più accessibili e sopportabili dal fatto di essere un po' rischiarate da quella luce che, sì, arriveremo a essere, solo, però, quando diverremo carcasse. La catastrofe si presenta così sin da subito nella cinematografia di Teo Ormond-Skeaping, e se il britannico compirà mirabili gesti per presentare ora la catastrofe, in Łokaj (Inghilterra, 2014, 22'), ora il catastrofico, in Time of the glacier (Inghilterra, 2014, 56'), rimane in Particle progress l'essenza, il paradigma del suo cinema: la catastrofe avviene, anzi è già avvenuta, ma noi non ce ne siamo accorti. Certo, attraverso il cinema arriviamo a prenderne coscienza, ma è una coscienza a posteriori, che non rischiara altro che una condizione di fragilità esistenziale propria di chi vede illuminarsi la propria miseria, il suo essere inevitabilmente coinvolto in ciò che rimane della catastrofe, in un ambiente segnato da essa, nel catastrofico.

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