Orbit æterna


Orbit æterna (Inghilterra, 2013, 16'), scritto così, in latino, quasi che, più che un titolo, fosse un marchio, un'iscrizione atavica, traccia di un tempo immemorabile, di un passato che, forse, non è mai stato presente, o che forse lo è stato, sì, ma soltanto per imprimersi «Orbit æterna», che ha in sé, dunque, un'epocalità già tolta, già sottratta nell'atto stesso del suo porsi. Un tempo quindi ancestrale, quello colto da Teo Ormond-Skeaping, un tempo - come dire - prima del tempo, e le prime sequenze di questo cortometraggio non possono che suffragare la sensazione di cosmicità che permea, ammanta l'intera opera dell'inglese: pianeti, forse la terra, molto più probabilmente, però, non proprio la terra o non ancora - intanto, solo uno dei mondi possibili. Ed è in questo mondo, possibile tra i possibili, che si rifrange un'esperienza che ha sua volta un che di cosmico, poiché cosmico è il deserto, il nulla, nel quale s'inscrive: è l'esperienza di una solitudine che segue il disastro e che, per certi versi, non è memore di se stessa; infatti, se il catastrofico è ciò che sta al di qua o al di là della catastrofe, la quale viene così riverberata da esso, come per esempio accade in The disquiet (Francia, 2013, 20'), Heremias. Book one: The legend of the lizard princess (Filippine, 2006, 540'), The great flood (Inghilterra, 2011, 80') o, ancora, in The fortune you seek is in another cookie (Austria/Cile/Italia/Turchia/USA, 2014, 79'), il catastrofico, come tale, non può che annullare ciò che lo antecedeva per porsi, collocarsi e far propri uno spazio e un tempo. Certo, un annullamento che non può essere sistematico quanto, piuttosto, ineluttabile, ma questa ineluttabilità scompone il vigente stato di cose, di modo che lo spazio e il tempo in cui s'è inscritta la catastrofe non possono più realmente essere pensati a prescindere da essa, ed è ciò che qui definiamo catastrofico. Una fotografia rammenta della possibilità di un passato, ma questo passato rimane anteriore, ormai impossibile da formalizzare e tanto meno da formulare: semplicemente, è passato. Ed ecco il deserto, allora, la follia della distruzione che si abbatte sulle case, per le strade... E, al centro di essa, una sagoma, un essere umano che compie la più impossibile e la più assurda delle bal(l)ade, una bal(l)ade che è la condizione stessa della possibilità di esperire qualcosa, di vivere nonostante tutto, di eclissare la propria esistenza solo a condizione d'aver adempiuto a essa, sicché, improvvisamente, ecco aprirsi la dimensione della solitudine, innervata nella vita, frammista a essa, quasi che i due elementi fossero tra loro indiscernibili. Allora, il paesaggio che c'è la fuori è lo stesso che c'è dentro quella sagoma, e non si sa bene se questo avvenga per una sorta di introiezione o, piuttosto, per esteriorizzazione, la quale, a differenza dell'introiezione, getterebbe la luce dell'illusione sull'immagine stessa così come noi possiamo crederla, e cioè nella sua oggettività: il paesaggio che vediamo è il paesaggio così come lo vede quella sagoma o, piuttosto, quella sagoma è in quel paesaggio perché il paesaggio della sua anima è lo stesso di quello che c'è la fuori, il quale, a sua volta, ha modificato interiormente l'uomo in maniera così radicale da ordinare la sua miseria così che essa sia aderente alla miseria là fuori, che sarebbe altrimenti insopportabile? Sia come sia, che la si ponga come esteriorizzazione o come introiezione, la catastrofe è reale e il catastrofico permane, cioè insiste e sussiste fino a porre l'immagine filmica stessa, che altro non è che immagine della catastrofe: catastrofe dell'immagine. Non si dà un qualcosa sulla catastrofe che non sia per ciò stesso inficiato dalla calamità della catastrofe, che sia in qualche modo toccato dal processo catastrofico che è vivo in essa, e così affrontiamo alla catastrofe dell'immagine, alla sua distruzione, a un deperimento ineluttabile. L'uomo, qui complicato da una bal(l)ade di sapore e riverbero cosmici, va verso la luce, ma questa stessa luce non può che illuminare la catastrofe, essere la luce della catastrofe, e così avviene, l'ineludibile catastrofico, avviene per necessità, certo, ma anche per necessità umana, e c'è come una sorta di agnizione nel farsi palese dell'ineluttabilità della catastrofe, poiché è come se quella sagoma, che cadrà a terra incappucciata, non trovasse compimento alla propria esistenza che all'intero della catastrofe: essa cerca la luce, e quando la luce lo abbaglia egli muore, ovverosia trova la luce nell'oscurità, l'oscurità della luce, quella luce della catastrofe che, finalmente, libera la sagoma, compie la sua bal(l)ade esistenziale. Del resto, l'accesso alla luce non può che comportare l'annullamento nel buio, e il cortometraggio di Teo Ormond-Skeaping è un capolavoro nel momento stesso in cui scopre la coincidenza tra buio e luce, tra vita e morte, in quella soglia specifica che è il catastrofico: andare verso la luce per esserne sommersi, annegati, perché l'immagine della catastrofe è la catastrofe dell'immagine. E l'annegamento della luce non può che porre l'assenza indefettibile di una presenza finalmente concreta. La sagoma arriva alla luce cui anelava, è presente alla luce che illumina la catastrofe, ma, proprio perché presente a/in essa, la sagoma si rarefà, scompare, diventa assente, e quest'assenza - come mostrano le sequenze finali - non può che tradursi in una presenza che ha qualcosa di cosmico, che è cosmica, come cosmica era quella luce, che non era gettata sulla catastrofe ma proveniva da essa, era la luce della catastrofe, catastrofe della luce, caosmosi. Ecco l'ordine/(l'inizio?) del Cosmo.

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