noCOM


Una necessaria presenza, marginale e fragile. Alla fine, però - e quasi che sembri impreparata o stupefatta o imprigionata. La vediamo al di là dello schermo, che tocca lo schermo. In effetti, vediamo lo schermo, cioè il cinema, e il cinema è intorno alla figura, intorno al film. Un film che s'intitola noCOM (USA, 2014, 9'), no comment, e a proposito del quale, dunque, come peraltro avverte o suggerisce il titolo, non si dovrebbe dire niente, ma non si dovrebbe dire niente perché in effetti non si può dire niente; il cinema, infatti, pone un'immagine, e quest'immagine è il silenzio del linguaggio, avviene non appena cessa la parola, altrimenti sarebbe detta e in ciò destituita come immagine. L'immagine cinematografica è al di là del linguaggio, al di là del pensiero: essa può soltanto essere immaginata - e, attraverso quest'immaginazione, noi siamo in quell'aldilà. A quest'aldilà, ovviamente, vi si può giungere per varie vie (la filosofia, ad esempio, attraverso quell'esercizio del pensiero che essa pone), tanto si tratta sempre di un'unica e medesima cosa, ovverosia di abitare la soglia, cosa che ormai si può fare solamente attraverso una tecnica ascetica. Un'ascesi - è utile precisarlo - che non comporta alcuna trascendenza, e così Walter Ungerer muove i propri segni sulla superficie dello schermo, realizzando, di fatto, un film di superficie, cioè sulla superficie: non c'è profondità, in noCOM, è come rinviata, differita da segno che s'inscrive sullo schermo, tracciandolo e cartografandolo. Il rinvio, del resto, è rimarcato da un suono che sembra totalmente inerente al tratto tracciato, quasi lo interrompesse o lo allungasse, lo torcesse o lo raddrizzasse, e comunque nell'ottica di renderlo più spesso; in quanto effetto di superficie, infarto, il segno di Ungerer non può non aver dimensione, e quast'assenza di bidimensionalità, connaturata dal fatto di stare sulla superficie, che si dovrebbe insomma immaginare come la linea dell'orizzonte, la quale è sempre e comunque inafferrabile e impossibile da approssimare, poiché, non appena la si approssima, ci si ritrova al di là di essa, o nel cielo o sul mare, insomma quest'assenza di bidimensionalità è al contempo rimarcata e destituita dal sonoro, che dunque rinvia la traccia a qualcosa d'altro, a una profondità da cui scaturisce e che si pone prima dell'immagine, come preludio dell'immagine. Certo, parliamo di negazioni, ma, in fondo, che si potrebbe fare un film che nasce laddove muore la parola, detta o scritta che sia? Girarci attorno, fare della teologia negativa. Questa stessa profondità, del resto, è indicibile, ma, nel momento in cui pone un effetto di superficie, allora qualcosa c'è, e questo qualcosa potrebbe benissimo essere una parola, e invece è un'immagine, quindi una parola in silenzio. Manca peraltro il ritmo, la coesione, un principio razionale in grado di farsi soggetto trascendentale: niente pone l'immagine di noCOM, e la cosa stupefacente del cortometraggio di Walter Ungerer deve ricercarsi proprio qui, in quest'indeterminatezza originaria e fondativa, che trasgredisce il discorso mitopoietico come ordinatore a posteriori di una cosa creata per mostrare il mito quando ancora non è mito, l'origine prima ancora della cosa originata. Il tratto di Ungerer è un farsi, un continuum - e noi assistiamo a un origine, che come tale non ha né inizio né fine, è al di là dei dualismi (inizio/fine, soggetto/oggetto, creato/creatore e via dicendo). Quello che Ungerer, con noCOM, crediamo quindi c'inviti a fare è di lasciarci alle spalle la nostra stessa condizione di spettatori per (con)fonderci col film, trascendere la trascendenza per ritrovare quel puro gesto d'immanenza che può essere detto solo in silenzio - non un silenzio parlato ma una parola di silenzio, quindi rimandata a qualcun altro (noi, appunto), che coglierà quel silenzio per instaurarvisi senza interferenze, senza trovare già un insediamento. È un grande film, noCOM, un capolavoro, e, se Walter Ungerer un giorno mi ha detto che la vita è un mistero, che non c'è modo - né motivo - per prepararsi ad essa, che il controllo sulla vita è tolto nel momento stesso in cui si vive, noi possiamo percepire di appartenere concretamente a queste parole non appena ricadiamo nella vita, la quale non può essere trascesa, non può essere problematizzata, cioè posta come problema, indicata esternamente: come scriveva Gabriel Marcel, «il mistero è qualcosa in cui mi trovo coinvolto»*. La vita viene così a essere qualcosa che m'inerisce, della quale non posso fare un oggetto d'osservazione per me soggetto-osservatore, e così il film di Ungerer: il film traccia il cinema, il segno s'inscrive sulla superficie (lo schermo) in un doppio legame di appartenenza e di compenetrazione, di coinvolgimento e di differimento. Certo, c'è una profondità, una morte pre-natale del segno, ma, appunto, essa precede la vita, non la segue mai: è affermazione, mentre la vita rimane un mistero in cui la domanda è la risposta e la risposta è la domanda (ecco l'inutilità del commento, della parola), in cui il vedere è un agire - e noi siamo inevitabilmente coinvolti nel movimento e nell'agglutinamento di quelle linee.


* cfr. Gabriel Marcel, Il mistero dell'essere.

4 commenti:

  1. Del film non posso parlare (a proposito: ho visto su fb, se non sbaglio, che ne hai il dvd: dove posso trovarlo?) ma per Ungerer avrò sempre parole d'amore. È un uomo prezioso - va da sé che sia, anche, un regista straordinario: basta farsi un giro su Vimeo... - che dopo tre messaggi mi aveva già commosso: gentilezza e umiltà senza pari. Dopo aver visto Ici gli ho accennato l'idea di aprire un blog con un pezzo su di lui e si è detto onorato che qualcuno dedicasse uno scritto al suo lavoro. Incontri che ti cambiano la giornata...

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    1. Il DVD, me lo inviò lui. E, sì, lui è davvero una persona splendida, formidabile, di come ce ne sono davvero poche. Ci siamo scambiati qualche e-mail e non mi ha cambiato solo la giornata...

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    2. Sì, ho letto ciò che condividesti su Facebook: sono stato riduttivo. È magnifico quando le ricerche che conduciamo ci portano ad incontrare persone simili.

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    3. Già. È il motivo dell'arte: fare incontri...

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