No no sleep (Wu wu mian)


No no sleep (Taiwan, 2015, 34') è l'ultimo, almeno in termini cronologici, film di Tsai Ming-liang, che, com'è noto, ha detto addio al lungometraggio con quello che è, fuor di dubbio, il suo capolavoro, Stray dogs (Taiwan, 2013, 138'), addio dopo il quale ha intrapreso ad approfondire la figura del monaco (Lee Kang Sheng) comparsa per la prima volta in Walker (Cina, 2012, 27') e poi nell'interessantissimo Journey to the west (Taiwan, 2014, 56'), finora il prodotto più compiuto della tetralogia, la quale conta anche il cortometraggio contenuto nell'antologia Letters from the south (Cina, 2014, 105'). Per certi versi, comunque, No no sleep, che pure appartiene a una collettanea, alla quale prendono parte il regista del pessimo The President (Georgia/Francia/Gran Bretagna/Germania, 2014, 115'), tale Mohsen Makhmalbaf, nonché Yim Ho e Huang Jianxin, si discosta ampiamente dagli altri corto- e mediometraggi sul monaco, anche se, subito, si sembra partire da dove il discorso era stato interrotto in Journey to the west, e cioè da un folla, colla sostanziale differenza che, ora, la macchina è a livello della folla, ne fa parte; discosto da tutto ciò, il personaggio monacale di Lee Kang Sheng sopravanza su un ponte: palese dunque, se non l'assiologia in atto, quantomeno la distanza di livelli, la differenza di piani in cui si pone, da un lato, la folla e dall'altro il camminatore, che è nei pressi di una stazione metropolitana, a Tokyo, città che, però, non ospita più il Denis Lavant - Merde - dell'omonima antologia, Tokyo! (Francia, 2008, 112'), e anzi Lee Kang Sheng torna ad essere solo, almeno in battuta, sfiorato soltanto da qualche passante che prontamente lo sorpassa. A ogni modo, come dicevamo, il personaggio si trova nei pressi di una stazione metropolitana, e la metro è ciò che occupa pressoché interamente la parte centrale dell'opera, costituita più che altro da bagliori, luci di metropolitane in movimento, così veloci che non lasciano niente di sé se non, appunto, questi sprazzi fotonici impossibili da definire in modo migliore. Stacco. Tutt'altra ambientazione: una sauna, un bagno turco. Un ragazzo (Masanobu Andô, che ha lavorato - tra gli altri - assieme a Miike e Kitano), nudo, si sta lavando, quindi entra nella vasca in cui è presente lo stesso monaco. Di nuovo stacco. Sono entrambi usciti dalla vasca: il ragazzo è negli spogliatoi, il monaco lo guarda con aria contemplativa. Infine, li si rivede entrambi a letto, in due stanze diversi, e la geometria segna uno strano parallelismo. Fine. Decretare l'enigmaticità di un cortometraggio simile mi pare banale e piuttosto fuorviante; abbiamo infatti assistito al lento camminare del monaco in diverse città, dalla Francia alla Malesia, sicché dubito fortemente che ci sia altro oltre a questo. Già, ma cos'è questo? Senz'altro, non un tentativo di cartografare il mondo attraverso la figura impersonata da Lee Kang Sheng quanto, piuttosto, di tracciare un percorso ascetico nell'immanenza del mondo. Più volte, infatti, è stato sottolineato il contrasto tra il monaco e la folla, tra la lentezza del primo e la fretta della seconda, tra la concentrazione di chi semplicemente vaga e lo smarrimento di chi, invece, segue una meta. E il punto crediamo sia proprio questo: registrare un cammino, nient'altro. Un cammino che, però, si presenti autenticamente, in maniera del tutto documentaria. In questo senso, l'assiologia (tale o meno che sia) tracciata nelle prime sequenze sembra appunto rimandare a questa dimensione dell'ascetismo, ma un ascetismo che non è affatto anacoretico, anzi esso è totalmente immerso nel sociale, nella società, ma è come se ne stesse fuori, avulso dal contesto in cui si trova. La metafora dello specchio usata in uno dei precedenti lavori presentava abbastanza bene il capovolgimento che dunque è in atto e che, ciononostante, è inutile ridurre a una formula banale come per esempio che la folla, che sembra in sincronia col mondo, è totalmente dispersa, mentre colui che è avulso dal contesto è in piena sintonia con se stessa, vibra di tutte le fibre dell'universo; qui, inoltre, è presente un finale che per certi versi capovolge la trama di Journey to the west, nel quale - come abbiamo accennato - Merde seguiva il monaco: ora è il monaco che guarda un giovane, e non lo segue se non nei suoi pensieri, in via cioè del tutto metafisica. Dov'è possibile ciò? Naturalmente, in uno spazio chiuso, al di là del chiasso e della frenesia sociali e societari. Qui, la corporeità del monaco è assolutamente presente, non tanto per la nudità e l'invasività del primissimo piano quanto, piuttosto, per il contrasto tra questa scena e la precedente, in cui c'erano soltanto bagliori di luce, luminosità evanescenti. Qui, ora, è concreta la possibilità di un incontro, ma c'è un tentennamento, qualcosa non funziona, oppure sì, funziona, ma a noi non è dato sapere: ciò che è mostrato è soltanto la possibilità di quest'incontro, che rimane - e crediamo sia questo il cardine del film - ancorato al tessuto ascetico finora intrecciato da Tsai Ming-liang. Insomma, un lavoro che approfondisce, ma più che altro rimarca (almeno così, a caldo e stando a quanto sinora mostrato da Tsai, quindi nella possibilità che, coi prossimi lavori, tutto venga ribaltato), ciò che era già stato mostrato. Non una variazione sul tema, però. Qualcosa di più di una variazione, anche se non sappiamo bene cosa. E forse è questo che lascia a bocca asciutta: non tanto il fatto che non si sappia dove Tsai stia cercando di andare a parare ma, appunto, la consapevolezza che Tsai non debba né voglia andare a parare da nessuna parte, il che - a nostro modesto avviso - lascia interdetti, specie ripensando all'ormai sepolto periodo in cui Tsai realizzava opere del calibro di The home (Taiwan, 1998, 95') e - soprattutto - di Goodbye, Dragon Inn (Taiwan, 2013, 82'), il quale, forse, non poteva che dischiudere a un universo come quello ora esplorato da Tsai Ming-liang e il suo pupillo, Lee Kang Sheng, un universo estatico, che conserva la poetica del taiwanese ma senza aggiungervi niente, e questo - lo si dica - lascia un po' tristi, almeno noi, non perché No no sleep sia un brutto film ma perché, appunto, si può vedere come no, e non c'è più quell'estasi che ti prendeva quando sentivi annunciare un nuovo film di Tsai. Ma Tsai, questo, ce lo aveva promesso anni fa: il Dragon Inn è chiuso da tempo ormai, ora è popolato da spettri, e a noi non resta che lasciare questi spettri in pace.

2 commenti:

  1. A volte non ti capisco. Cioè, perchè Journey to the West sì e questo no? La sostanza è quella... Secondo me hai semplicemente cambiato gusti.

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    1. Credo che JttW ponga un'immagine differente, che rifletta su se stessa (la scena del muro rosso, il finale), mentre questo non è così profondo.

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