No more lonely nights


Profanazione. Il cortometraggio di Fabio Scacchioli e Vincenzo Core, No more lonely nights (Italia, 2013, 20'), potrebbe essere riassunto in questa singola parola: «profanazione». Profanazione di un cinema che ha obnubilato l'immagine, prima di tutto, e con essa la vita. Si tratta dunque di profanare una profanazione, una profanazione attuata ai danni della vita e del cinema: profanazione di profanazione, dunque praticabile soltanto dall'interno, critica interna, endemica, anarchica. Found footage. L'operazione attuata da Scacchioli e Core, infatti, non utilizza il found footage come mezzo per attuare una critica, quella profanazione di profanazione di cui sopra, ma è volta anzitutto a reimpostare, reinterpretare il found footage quale sola sostanzializzazione possibile di questa critica immanente: c'è un recupero del found footage, in No more lonely nights, ma tale recupero sottende a un'etica nuova - originale e originaria - del found footage, il quale arriva ora a porre un'immagine che, essendo intestina a un procedimento di found footage, è oggetto della critica e critica essa stessa. Oggetto della critica: il film narrativo, cioè quel particolare tipo di (non-)cinema che subordina l'immagine a qualcosa che la trascende, e cioè la narrazione, la letterarietà al posto dell'immaginarietà. Critica: lo stesso film narrativo, ma spogliato della sua narrazione e fatto convergere, scontrare con altri film dello stesso tipo e anche con se stesso. Così, l'immagine posta in essere nel nucleo originario del cortometraggio si trova come spompata, infondata, non vuota ma svuotata, insufficiente, e la cosa stupefacente è che essa, per quanto insufficiente, è tale solamente nella misura in cui è contestualizzata in un determinato film, poiché - ed è questa la mossa al contempo audace e meravigliosa attuata da Scacchioli e Core - la vediamo in No more lonely nights totalmente sufficiente, piena, che brilla finalmente. Si assiste così a una vera e propria riappropriazione dell'immagine cinematografica, una riappropriazione attuata per mezzo del cinema in vece del cinema stesso, e questo non può che comportare un atto demiurgico o, meglio, vitalistico sull'immagine, cui soltanto ora, da spettro che era, viene dotata di un corpo, di quella vita che le era stata sottratta nel momento stesso in cui veniva fatta nascere, partorita da un grembo cadaverico qual è, appunto, quello del cinema narrativo. L'anarchia di Scacchioli e Core arriva fino a qui, e forse noi siamo stati fin troppo sintetici a volerla così descrivere, racchiudere in una forma, quella della recensione, che non potrà mai restituire la pienezza, la commozione, l'irruenza e via dicendo di una pellicola forte, coraggiosa e brillante qual è No more lonely nights. In fondo, che altro dovrebbe comportare l'anarchia? Certo, c'è un movimento di sovversione e uno d'ordinazione, ma questi due momenti ci sono più o meno ovunque, e a vederla così si rischierebbe di considerare anche certi periodi della storia più recente come atti anarchici: del resto, anche la salita al potere di Hitler ha comportato un movimento d'ordinazione successivo a uno di sovversione (la notte dei lunghi coltelli e quella dei cristalli). Al contrario, l'anarchia si definisce nell'identità dei due movimenti: la sovversione è ordinazione, l'ordinazione è sovversione. La critica è il suo stesso oggetto: emergere di un divenire inarrestabile, continuamente ricontrattato - sono io che ricontratto me stesso con me stesso. In questo senso, crediamo che bisognerebbe vedere in No more lonely nights, a livello magari più generale, sia un atto anarchico che un programma anarchico, il quale, a sua volta, non può che essere detto - mostrato, in questo caso - all'interno di un programma che non si può dire se non facendolo accadere. Cosa accade? Che si profana il cinema per il cinema, colla logica conseguenza di realizzare una sorta di cinema di cinema mediante un'archeologia dell'immagine che è essenzialmente etica.

6 commenti:

  1. La storia d'amore tra Narciso e la superficie d'acqua - la morte di Narciso nella superficie d'acqua: mi venivano in mente queste immagini, e ciò che da loro poteva nascere: finirla con lo spettatore, con il film che rimane sempre estraneo ad esso. Far morire lo spettatore nel film (l'insulso soggetto nell'insulso oggetto), e da questa morte - che è un'unione, forse: in fondo Narciso è nell'acqua - far nascere lo sguardo cinematografico. Questi i pensieri dopo la visione.
    A parte gli sproloqui, grazie della segnalazione.
    (Ma non si possono modificare i commenti?)

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    1. Purtroppo no, non si possono modificare. Non so bene il perché... A ogni modo, grazie per la condivisione di questi tuoi pensieri; in effetti, la problematica di certo cinema è quella d'aver formato uno spettatore che, ora, si trova impossibilitato di eccedere se stesso, ed è meraviglioso come i registi, qui, colla stessa materia filmica che ha composto quel tipo di spettatore, riescano ad eccedere quello spettatore. Per farlo rinascere.

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    2. Esatto: formare. Operano per creare corpi docili e molli - in qualche modo bisogna opporsi. Sicuramente avrai sentito parlare Benning nei vari interventi che sono su yt, e proprio dai suoi discorsi vien fuori spesso una parola: disciplina: “We need discipline to pay attention.” o, ancora (spero di citarle precisamente), “The camera has more discipline than we have.”
      Ecco, ci penso da molto, e forse è proprio questa l'opposizione: una disciplina positiva che - per la macchina da presa - ci affermi come spettatori potenziati, elevati a potenza perché ritrovati nel film stesso (il quale, ovviamente, ha da subire la stessa affermazione).

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    3. Totalmente d'accordo. E non per niente Benning ha intitolato il suo progetto con Hutton "Nature discipline"...

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    4. Benning e Hutton nella stessa stanza: un evento epocale!

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    5. Eh, e sapere che non lo vedrò mai mi fa male al cuore >.<

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