Meditations on revolution


Meditations on revolution (USA, 1997-2003, 97'), cinque cortometraggi (finora): Meditations on revolution, part I: Lonely planet (USA, 1997, 13'), Meditations on revolution, part II: The space in between (USA, 1997, 9'), Meditations on revolution, part III: Soledad (USA, 2001, 14'), Meditations on revolution, part IV: Greenville, MS. (USA, 2001, 29'), Meditations on revolution, part V: Foreign city (USA, 2003, 32'). Una continua variazione, si potrebbe dire. Ma variazione perché è anche l'unica forma possibile di approcciarsi a un argomento come quello dato dal titolo, e cioè la meditazione e la rivoluzione. Come dire, non c'è l'una senza l'altra, ma anche che l'opera di Fenz opera sulla rivoluzione un gesto che la porta a essere, al contempo, una meditazione rivoluzionaria. Sociale, politica, soprattutto cinematografica, perché è il cinema, in ultima istanza, a farsi meditazione. Con calma, però. Rischiamo di perderci dei passaggi. Dicevamo che Meditations on revolution è una variazione e che non potrebbe non esserlo; la rivoluzione, infatti, è ciò che è dato, è il dato, e il dato è dato: non si fa meditazione su una rivoluzione, quella sarebbe già ideologia. Si fa però - e Fenz lo fa benissimo - meditazione sul divenire rivoluzionario, poiché, non appena si medita (sul)la rivoluzione, ecco che la rivoluzione perde la propria collocazione storico-politica per essere infine riassorbita in quel flusso vitale che è il divenire-rivoluzionario. È su questo che riflette Fenz, e il carattere meditativo dell'opera non può che portare a questo. Infatti, nei cinque cortometraggi che compongono il mosaico, non c'è mai veramente una rivoluzione: la rivoluzione è già passata, è finita. Da Cuba ai sobborghi di New York City, passando per il Messico e il Brasile, della rivoluzione non rimane che lo spirito, ciò che essa ha lasciato. Cos'ha lasciato? Bambini che corrono per le strade, uomini che aspettano la metro. In effetti, non ha lasciato altro che uno stato di cose che avrebbe ben potuto essere dato da qualsiasi regime reazionario. E allora qual è il punto? Il punto fondamentale è che non c'è solo questo. Il cinema va al di là di tutto ciò, di uno stato di cose che si vorrebbe rattrappito, morto, irretito nel conservatorismo più serrato e crudele. Meditations on revolution, part III: Soledad: la macchina da presa inquadra uno stato di cose post-rivoluzionario, mentre, in sovrimpressione, si vedono e leggono i volti dei grandi rivoluzionari del passato. Meditations on revolution, part IV: Greenville, MS.: un pugile si allena per il combattimento. Meditations on revolution, part V: Foreign city: uno struggente e toccante ritratto di Marion Brown. Non è un caso che l'opera di Fenz termini con l'arte e non è un caso che inizi da Cuba. Cuba, infatti, è il grande porto rivoluzionario in cui la nave-rivoluzione si è fermata. E Fenz parte da qui, dopodiché estende la dedica a chiunque sia impegnato per la propria libertà, di modo tale che Cuba arrivi a ospitare altre navi, altri spiriti combattivi, poiché, per il momento, non c'è nulla a Cuba che faccia pensare alla rivoluzione: Cuba è il residuo della rivoluzione, il che - sia detto - non vuole in alcun modo essere un giudizio a riguardo. Semplicemente, è così. E così Meditations on revolution, part II: The space in between. Poi, però, Meditations on revolution, part III: Soledad: ed è qui che la rivoluzione scompare, che uno stato di cose reale e quotidiano, attuale, trova il proprio lato virtuale grazie al cinema, che, sovrimpressionando all'attualità quotidiana i grandi rivoluzionari del passato, è come se facesse emergere, da quest'attualità, la sua più intima essenza, che è virtuale e, come tale, eminentemente cinematografica. È il cinema, insomma, a rinvenire il divenire-rivoluzionario. E subito dopo, infatti, eccolo quel divenire, ecco il pugile che non lotta ma si prepara alla lotta. Vigile, atletico, bellissimo. Schiva e colpisce, colpisce e schiva. Tecnologie del sé diventano immediatamente tecniche rivoluzionarie: il suo corpo, la nostra rivoluzione. «Nostra», perché l'arte è per tutti (quand'è tale), si estende a tutti, e, ciò, lo testimonia, come si accennava, il bellissimo ritratto dedicato al jazzista Marion Brown. Si capisce bene, a questo punto, la prossimità che unisce e divide, cioè unisce dividendo e divide unendo, come ogni soglia, il cinema di Fenz a quello di Sylvain George, il Sylvain George della trilogia rivoluzionaria composta da Qu'ils reposent en révolte (Des figures de guerre) (Francia, 2010, 153'), Les éclats (ma gueule, ma révolte, mon nom) (Francia, 2011, 84') e Vers Madrid (The burning bright)! (Francia/Spagna, 2013, 132'): ambedue sono presi dal divenire-rivoluzionario, ma, laddove Sylvain George è interamente immerso in esso, Robert Fenz non può che ritrovarlo attraverso il cinema, non nella piazza di Madrid ma grazie al cinema. È come se Sylvain George ponesse in atto un gesto espressivo, mentre invece Robert Fenz ne ponesse un altro, di natura ostensiva. Piccole cose, sciocchezze quasi, ma che ben dimostrano come, di fatto, per esprimere/cogliere la rivoluzione, per collocarsi dentro il divenire-rivoluzionario, per esserne cioè trapassati, occorra abitare una soglia, che è quella del cinema, certo, ma un cinema che deve sempre e comunque ritrovarsi in un'attualità di cui coglie il lato virtuale, ovverosia quello più proprio: e il lato più proprio dell'attuale, la vera essenza di questo stato di cose che c'è imposto è il divenire-rivoluzionario. Per questo non c'impicchiamo. La storia dell'umanità dovrebbe essere finita da tempo, ma non lo è. E non lo è nella misura in cui vibra continuamente in noi, più o meno tacitamente, a seconda del grado d'assoggettamento delle epoche, uno spirito rivoluzionario: da bambini corriamo per strada, da grandi aspettiamo la metro, ed è tutto così frustrante, così inutile, così repressivo che solo un divenire-rivoluzionario, vero e proprio élan vital dell'umanità (e, forse, non solo), può salvarci da noi stessi. Da noi stessi, non dal nostro tempo. Perché siamo sempre e solo noi ad essere in gioco, noi e la nostra testa. Ma è infine quest'élan vital, questo divenire-rivoluzionario a cartografare l'umanità tutta, e se io non mi suicido è perché spiritualmente sono lo stesso che il Che, trapassato dallo stesso spirito, che si fa spettro per l'istituzione e anche per me, qualora non lo esprimessi in un gesto epocale com'è quello della Grande Rivoluzione Culturale, la baia dei Porci a Cuba, la magnifica resistenza dei Khmer Rossi o, il che è lo stesso, quello compiuto da Fenz con quest'opera meravigliosa e di per se stessa rivoluzionaria. Sì, perché Meditations on revolution è un capolavoro come ne abbiamo visti davvero pochi, ma ciò è dovuto dal fatto che è esso stesso una rivoluzione, espressione di un divenire-rivoluzionario nel quale siamo tutti inevitabilmente coinvolti.
Di nuovo, e ancora: avant la guerre.

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