It has already been ended before you can see the end

It has already been ended before you can see the end (Giappone, 2012, 11') si apre con l'apertura di una finestra o, meglio, con una panoramica verticale su una finestra chiusa sulla quale si sovrappone l'immagine di una porzione della stessa finestra, che si apre: ci troviamo - chiaramente - di fronte a un'esposizione del tempo, non tanto del suo svolgersi quanto, piuttosto, dell'inattualità, ed è proprio quest'inattualità temporale, questo essere inattuale proprio del tempo come tale, ad essere al centro del cortometraggio di Shigeo Arikawa, nonché il fondamento della sua originalità. L'ingenuità con cui il giapponese guarda agli oggetti, del resto, non può che dischiudere a un'attività squisitamente mentale che scopre, al di là di essi ma al contempo in essi, un dispiegarsi del tempo che è sostanzialmente uno spiegamento, cioè un distendersi del tempo, pari alla sua durata, e una spiegazione che questo distendersi dà dell'oggetto, il quale si trova così compre(s)so in esso; il punto, comunque, è la mentalità, la zona - mentale - in ciò avviene, poiché in ultima istanza è questa natura/consistenza mentale a promuovere, oltre che a fondare, l'immagine cinematografica posta da Shigeo Arikawa. Un'immagine che (ap)pare di per se stessa impura, nel senso che sembra volgere a una commistione di enti, spazi e tempi che non si troverebbero in realtà simultaneamente, ma quest'impurità, per l'appunto, non appartiene all'immagine di It has already been ended before you can see the end nel momento stesso in cui l'immagine di It has already been ended before you can see the end è un'immagine che - come abbiamo detto - ha a che fare col tempo. E il tempo è sempre lo stesso. Certo, detta così suonerà banale (e probabilmente lo è), ma è proprio grazie a questa banalità di fondo, a quest'ingenuità, che Shigeo Arikawa riesce a porre un'immagine sorprendente e originale; infatti, se è vero che le meduse non nuotano tra gli alberi, possiamo scorgere meduse volanti in un bosco e avere - ecco l'aspetto secondo noi eccezionale della pellicola del giapponese - la sensazione di una non-estraneità: quelle meduse volano davvero in un bosco, e ciò non è strano, giacché il tempo del bosco è il medesimo di quello delle meduse. Si tratta allora di scoprire, al di là degli enti, la loro vera natura, che è temporale, il tempo che spiega, nella doppia accezione sopra data a questo termine, le loro vite: ed è entusiasmante e lascia afasici come il cinema, servendosi di una tecnica in esso comune come la sovrimpressione, riesca a far percepire la comune natura della vita, il senso panico di essa che si sparge dal mare delle meduse al bosco. Ed è la finestra che apre a tutto ciò, una finestra di reminiscenze jacobsiane*, che si fa immediatamente schermo nel suo essere negata dal film di cui comunque è necessario supporto materiale, ineludibile condizione d'esistenza. Ma, se la finestra viene a essere lo schermo in cui s'inscrive il tempo, allora la vita non potrà che essere data dal film in sé, col quale arriva infine a coincidere: infine, perché è già finito/a prima che si possa coglierlo/a, impossibilitando qualsiasi sguardo sagittale su di esso/a ma conseguendo - proprio con ciò - all'eternità della sua durata.


* Ci riferiamo, ovviamente, al capolavoro dell'americano, Window (USA, 1964, 12').

4 commenti:

  1. Interessante..Dove è possibile vederlo?

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    1. Qualcosa di reperibile di Shigeo Arikawa?

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    2. Fa soprattutto installazioni (per esempio: https://vimeo.com/102767304), quindi difficilmente si troverà qualcosa in rete.

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