Good farm



Quando ogni aspetto della tua vita ti delude, sconforta o ti fa presagire un imminente fallimento, l’unica cosa che rimane da fare non è tanto quella di sopravvivere semplicemente al disagio; certo, il tempo passa comunque e l’inizio di un nuovo giorno è una bestemmia assicurata, gli sforzi di concentrazione sono tanti e ritrovarsi insetti pelosi vicini che volano diventa presagio dello schifo mattutino, seguito da racconti dell’orrore di gente gravida che vomita e una cappa di sconforto che fa allontanare tutti. L’unica cosa da fare, si diceva, non è la sopravvivenza, ma l’aglio, la cipolla e i piselli dolci. Robert Todd prende in mano la macchina da presa, in un giorno come tanti, e soprattutto in un inizio di giorno come tanti, e filma Good farm (USA, 2012, 4') nella contea di Aroostook, nel Maine. Se andate nel sito di questa fattoria troverete simpatiche foto, informazioni, ecc. Dunque, a noi non interessa granché della produzione biologica, piuttosto la questione che ci preme riguarda quella morale del riscoprire le piccole cose, della vita sana e quindi felice, del ritorno reazionario alle origini, di un tipo di vita che si chiude nel proprio campicello e ci fa dire come è bella, semplice e piena la vita – qualsiasi, da quella in fattoria a quella in un luogo mitico di sviluppo che ormai ci scordiamo - lontana da questa società che ci occlude possibilità e ci nega un futuro, progetti di vita concreti con chi ami, ecc. Good farm è un cortometraggio molto semplice, che ti dà respiro e ti porta un po’ di serenità, ma credo che il rischio per chi lo guardi sia quello di vederci una strada, un consiglio di vita da cui prendere spunto e quindi da imitare. Il punto è proprio questo, ovvero non considerare il film di Todd partendo dal contenuto delle scene ma piuttosto considerare ciò che sollecitano nella persona perché l’importanza data a un film si basa molto, anche, sullo sviluppo che ha nella persona, come risponde alla domanda «come ti cambia, il film?». Questo scritto è iniziato con un vissuto pessimista per collegarlo adesso all’ultima domanda che ci siamo posti, il tutto non per inserirlo in una proposta di cineforum per pazienti psichiatrici, piuttosto per iniziare ad introdurre un discorso sulla necessità di fare esercizio su di sé... questo esercizio potrebbe essere fatto non tanto attraverso il cinema, utilizzandolo come strumento terapeutico, piuttosto, appunto, con l’arte e, soprattutto con il cinema, il quale ha una potenza che scopriamo essere superiore. Quindi, i temi centrali toccati, per ora, generalmente riguardano il percorso personale da personalizzare per smettere di sopravvivere e cosa può il cinema in tutto questo. Ma per il momento ci fermiamo qui. 

 

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