Fog (Nebel)



Come colui che
sull’ultimo colle, che la sua intera valle, 
ancora una volta gli mostra, si volge, si arresta, indugia –, 
così viviamo noi e sempre prendiamo congedo.
(Rainer Maria Rilke, VIII elegia duinese

Nebel (Germania, 2014, 60'), nebbia: cioè nella nebbia? In effetti, la prima impressione è quella. Di essere cioè dentro alla nebbia, permeati da essa. Poi, però, la nebbia se ne va, e da essa è come se le differenze emergessero: un meteorologo, il gestore di una pista di autoscontri, un musicista - tutti presi in una sorta di ritualità auto-fondativa che è la loro stessa vita; la quotidianità, infatti, è ciò che occupa la parte centrale e più corposa del lungometraggio, il che, non implicando alcuna assiologia e, anzi, instaurandosi sul medesimo piano della cornice che lo contiene, data dalla nebbia, non rimanda ad altro se non all'idea di un visibile che è la nostra unica (e ultima?) accessibilità. Nebel si fa così intensa meditazione sui rapporti tra visibile e invisibile, ma, non appena il visibile viene appunto intrinsecamente connesso alla vita, la pellicola di Nicole Vögele si tramuta in qualcosa di elegiaco e, se possibile, ancor più rarefatto. Spinoza diceva che la filosofia non è e non può essere una meditazione sulla morte, e in un certo senso si potrebbe traslitterare questa considerazione anche per ciò che concerne l'ambito cinematografico: c'è sempre una registrazione, e questa registrazione a volte implica la vita, altre volte è la vita stessa. La Vögele, del resto, mostra d'aver bene presente il fatto di non poter sviare la vita, e così al centro, ma è come se ad essa gettasse uno sguardo sagittale, che dunque non le permette di essere il centro nevralgico dell'opera; piuttosto, il centro nevralgico dell'opera è rappresentato dalla vita in sé, e il richiamo al Rilke delle elegie duinesi non può che confermarlo: la domanda sulla vita in esse posta si risolve nella risposta che pretende di configurare la vita come l'Aperto. Che cos'è la vita? La vita è l'Aperto, quell'ἄλλον che Straus definì come il visibile comune a te e a me, l'avvolgente*. In questo senso, la vita, così come emerge nella parte centrale dell'opera, cioè come quotidianità che fa della ritualità abituale un'abitudine rituale, non è che una differenza rispetto alla Vita, alla vita-come-Aperto, generata da essa e in essa situata, compresa ma non comprendente la vita-come-Aperto. Quest'Aperto, come si sarà intuito, è propriamente la nebbia, che si pone al di là delle differenza, come nucleo omogeneo che travalica i dualismi quali, ad esempio, l'essere il non-essere, ed è questa nebbia, posta agli estremi della quotidianità esistenziale in cui sono rinchiusi, forse intrappolati (ma potrebbe essere diversamente?), i personaggi, che contiene, fa da cornice, fino a divenire, in questo modo, la possibilità stessa di quella vita, di quella visibilità. Nicole Vögele, che ottempera al canone del cinema contemplativo più classico ed estasiante, incistandolo di minimalismo e confondendo la fiction con il documentario, pone dunque in essere un'immagine che è condizione stessa dell'immagine, e perciò non si pone, non è visibile: è l'immagine della nebbia, dell'Aperto che ammette la collocazione nello spazio dei personaggi, della Vita che permette la vita come quotidianità - contrada heideggeriana**. La domanda iniziale, allora, perde consistenza: dire «la nebbia» o dire «nella nebbia» è la stessa identica cosa, perché la nebbia della Vögele è sostanzialmente lo spazio inteso come spazialità pura, possibilità dello spazio, l'Aperto insomma, un'Aperto che, però, non sarebbe visualizzabile, almeno cinematograficamente, senza la nebbia, la cui consistenza inconsistente ben si presta a far percepire la dimensione impalpabile eppure presente, essente in quanto assenza ma, al contempo, presenza di quest'assenza, dell'Aperto. Ed è in quest'Aperto, nella nebbia, che il cosmo si struttura, che l'abitudine si ritualizza e qualcosa perviene alla vita. Ma è un frammento, una scintilla, quasi una sottrazione, poiché quelle vite sono tali in quanto sottratte alla Vita vera e propria, la quale - ecco la necessità del cinema contemplativo - inevitabilmente sfugge, differisce, e a noi non tocca, come suggerisce Rilke, che esserne spettatori, vivere per osservare la Vita e con ciò, in un certo senso, Vivere.


* cfr. il bellissimo testo di Erwin W. Straus, Il vivente umano e la follia. Studio sui fondamenti della psichiatria, (a nostra opinione uno dei migliori scritti di psichiatria fenomenologica).
** cfr. Martin Heidegger, Eraclito.

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