Experiments in buoyancy


Experiments in buoyancy (USA, 2013, 4'), ovvero il tutto e/è il nulla. Un nulla sempre presente, che s'irradia sull'immagine in modo inquietante e sinistro, quasi volesse ammantarla, farla propria, rifrangersi in essa per abbagliare la superficie riflettente che a conti fatti essa è. È l'Altro, quell'altro che annulla l'immagine, il nero che la nega, che ce la sottrae. Se l'immagine proviene dalla luce, se la luce s'inscrive sulla pellicola, che fa da sostrato materiale per l'emanazione di essa (l'evento della luce), o se anche la luce si tradisse in immagine, l'Altro, che dovrebbe appunto star fuori, al di là di essa, è l'inimmaginabile, ed è appunto quest'impossibilità rispetto all'immagine, in ultima analisi, a dare l'immagine, a permettere all'avvento della luce di farsi evento della luce, poiché ne è la sua condizione di possibilità; l'esternità dell'Altro, in effetti, non si trasforma mai in estraneità, e Calum Walter, che gira in digitale tutto il materiale filmico, dopodiché stampa ogni singolo fotogramma su carta, quindi li rifotografa tutti e infine procede all'animazione, parte proprio da quest'impossibile estraneità dell'Altro rispetto all'immagine: l'immagine deve condividere una soglia con l'altro, un rapporto con l'Altro, che glielo faccia toccare. Ora, in Experiments in buoyancy, questa soglia si rompe, si apre un varco attraverso il quale filtra l'Altro, che penetra nell'immagine, la nega, ce la sottrae. Non totalmente, questo è certo. Ma il punto non è questo, il punto è oltrepassare la soglia, fare dell'immagine l'immagine dell'Altro, quindi porre un'immagine auto-negante, la negazione dell'immagine in seno all'immagine stessa. Experiments in buoyancy è fondamentalmente questo, e il titolo, come insegna la più profonda avanguardia, fa parte dell'opera d'arte, ha un valore epesegetico non da poco; la gravità cui esso rimanda, infatti, è lo stesso che l'Altro dell'immagine, qualcosa che limita e al contempo determina, fa essere: la gravità limita il nostro spazio, ci rende schiavi del suolo, ma al contempo non ci fa disperdere nel cosmo, anzi ci pone a livello dell'acqua, degli alberi e via dicendo. Calum Walter, ponendo l'Altro nell'immagine, non disintegra quindi l'immagine, bensì scopre la necessità dell'Altro, che, nella sua inquietante e annichilente presenza, è fondativo dell'immagine stessa. La luce che si fa evento - e, dunque, immagine - deve avere anch'essa una fonte, ma la fonte della luce, come scrive Derrida, è il buio, «il cuore della luce è nero»*: è dall'Altro che proviene la luce, è l'Altro che la genera, sicché, in Experiments in buoyancy, il tentativo non è tanto quello di trovare un qualcosa che annichilisca l'immagine quanto, piuttosto, di riportare l'origine all'originato e non viceversa. Se l'originato, la luce, tornasse nelle tenebre, non ci sarebbe più luce, ma, qualora l'origine torni sull'originato, ecco che l'originato, in quanto differenza rispetto all'origine, non può che ritrovare la paternità perduta, recuperare quel qualcosa che, forse, non sentiva più come proprio. L'accesso dell'Altro porta così a un confronto tra me e l'Altro, Altro che mi pone come me stesso, che fa in modo che io mi ponga come stesso, e non c'è nessun gradiente di metafisica, qui, è solo etica, etica che, in questo caso, si rifrange su una superficie estetica qual è quella cinematografica. Cinema, allora, come l'uomo in cui l'incontro con l'Altro può riavvenire com'era avvenuto nella notte dei tempi, quando la Luce non era ancora generata, quando essa si stava generando - e il secondo avvento dell'Altro, ora, non potrà che perturbare l'immagine, ma non negarla: la negazione dell'immagine, infatti, dà necessariamente un'immagine, il buio promana luce, sicché anche a volerla negare, l'immagine, essa si rifarebbe, perché ogni negazione è una determinazione. Incredibile accesso all'immagine e stupenda, commovente resistenza di essa, Experiments in buoyancy. Qui, le persone camminano sull'acqua, perché sono l'acqua, sono determinate dalla stessa gravità che sottrae e nega loro spazio e dispersione. Uno strano senso panico si allarga ovunque, tutto è finalmente collegato, ritrovato nella sua più profonda unità, che non è quella dell'Uno ma della molteplicità. Calum Walter, con questo meraviglioso e audace cortometraggio, pone in essere una riflessione che, al limite della distruzione dell'immagine, ritrova l'origine di essa, ed è importante, tutto ciò, perché senza quel buio, questo nero, non avremmo l'immagine, ed è quasi un martirio, quello che Calum Walter subisce attraverso la propria immagine: ma, come ogni martirio, esso sta a fondamento di qualcosa che ha del sacrale, e il sacro, a sua volta, non può che trasferire la dignità di un luogo a una località da cui esso differisce e che è comunque riportata a esso (avvento della luce, evento dell'immagine).


* Jacques Derrida, Violenza e metafisica. Saggio sul pensiero di Emmanuel Lévinas.

6 commenti:

  1. Molto bene! Malgrado l’offesa sulle fidanzate noto che i consigli li seguite. Avevo notato - dopo la consueta applicazione di categorie deleuziane (tranquilli: passerà) - un uso massiccio dello stile derridiano già dallo scritto su noCOM. Ne sono lieto, dico davvero.
    In quest'ultimo scritto, però, l’operazione è stata un po’ pigra. Anche se si può tranquillamente affermare che il saccheggio del lessico nei confronti del saggio levinassiano è stato più volte ripetuto. Quindi, non preoccupatevi.
    Ecco, peccato che mi siete andati a citare proprio Bachelard “Le coeur de la lumière est noir” che è stato utilizzato praticamente per qualsiasi cosa: musica, teatro, cinema (mi pare in un saggio su Bresson), ma va be’ non penso che se ne accorgerà nessun “Altro”.
    Si va, quindi, migliorando: bravi! Un caro saluto, Jean Claude.

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    1. Spiace deluderti, ma in "noCOM" non c'è nessun riferimento a Derrida, non fosse altro che la nostra lettura di Derrida è molto più recente (intendo: una lettura meno superficiale di quelle che ci erano capitate di fare), quindi, sì, forse dovresti leggere più attentamente (sia noi che Derrida).

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  2. Azz' è contagioso 'sto posto? *Levinasiano..levinasiano. Li mortacci....

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  3. Che fosse il tuo primo approccio a Derrida (pleonastico l’inciso) non c’era bisogno che lo esplicitassi, il corollario, però, è decisamente imbarazzante. Hai scritto (spero che virgolettarti non mi contamini): “La nostra lettura di Derrida è molto più recente”. Quindi, molto più recente dell’articolo su noCom. Bene. Ieri hai scritto a un genietto come te: “Ma se non leggi Derrida è difficile intendersi”.
    Spocchiosa proposizione che implica una certa conoscenza dell’autore, ma che - per tua stessa ammissione- hai cominciato ad approfondire da appena tre /quattro giorni.
    Ti piace spararle grosse eh! Proposizioni altisonanti e tranchant che nascondono non solo una pochezza argomentativa, ma un’evidente ignoranza dell’argomento stesso.
    Cosa peculiare per uno che si straccia le vesti, definendosi addirittura indignato (cittadino indignato!) di fronte a un guappo che sproloquia su Béla Tarr, senza mai averne visionato un film. Tal Giovanni da Napoli. Ebbene quali le differenze? L’eloquio? Te lo concedo. Ma l’assonanza mistificatoria è forte, e ti assicuro che in filosofia la mistificazione - anche su queste puerili sparate - è davvero cosa patetica e di un qual certo imbarazzo.
    Insomma: ognuno ha il suo Giovanni da Napoli da redarguire, e tu da oggi sarai il mio. Saluti, Jean Claude.

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    1. *intendo: una lettura meno superficiale.

      Cerca di leggere tutto quello che scrivo. Anyways, dubito che parlare con un ignorante sia una cosa edificante, se non per trollare. Questo è un blog di cinema, non di filosofia. Se non hai visto il film, difficilmente - credo - potrai avere qualcosa da dire, visto che il testo è sull'immagine filmica e non su un saggio di Derrida. In fondo, non sei tanto diverso da chi cita Béla Tarr senza conoscerlo...

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