Earth of the night


Se è vero che l'immagine cinematografica non ci restituisce un'altra realtà rispetto alla realtà che ci viene quotidianamente data, nella quale siamo immersi, bensì la controparte virtuale di quest'ultima, solita a presentarsi nella sua forma attuale, è altrettanto vero che essa, cogliendo appunto la virtualità dell'attuale, scopre un certo senso delle cose, senso che non può darsi immediatamente nell'attualità ma deve - come dire - essere posto prima, come primordio dell'attualizzazione e sua causa, sicché non lo si potrà percepire, questo senso dell'attuale, se non virtualizzandolo, l'attuale. Ecco, Earth of the night (Inghilterra, 2013, 29') assume tutto ciò come dato e, come sin dai primi cortometraggi - ci riferiamo soprattutto a Particle progress (Inghilterra, 2011, 12') - Teo Ormond-Skeaping esplora il mondo della catastrofe e del catastrofico, nonché, simultaneamente, la catastrofe del mondo. Un mondo in perenne rovina per chissà quale catastrofe (perché la catastrofe è già avvenuta), dunque un mondo del catastrofico, un mondo segnato da una catastrofe il cui riverbero è il catastrofico sulla base del quale il mondo esiste, tant'è che, per certi versi, Teo Ormond-Skeaping sembra escludere l'ipotesi che sia dia mondo senza catastrofe. Ecco, tutta la filmografia di Teo Ormond-Skeaping registra questo catastrofico, e, se c'è comunque un tentativo di registrare la catastrofe nella sua presenza (la presenza della catastrofe e la catastrofe della presenza), cosa che per esempio avviene in Łokaj (Inghilterra, 2014, 22'), il suo cinema, più che un cinema della catastrofe, è un cinema del catastrofico, come mostra Time of the glacier (Inghilterra, 2014, 56'), e il motivo di questa scelta, che ha dell'ineluttabile, è ben esposto in questo Earth of the night, nel quale si mostra, appunto, come la catastrofe sia reversibile, come la presenza della catastrofe sia già la catastrofe della presenza, sicché un'immagine della catastrofe non può che essere una catastrofe dell'immagine e, dunque, inimmaginabile, impossibile da rendere per immagini, da rendere immagine. Assistiamo così, nel corso di tutto Earth of the night, a una sorta di rinvio tra la terra e il cielo: la solita carcassa d'auto e le nuvole rossastre, il sole che si nasconde e una coppia di agricoltori, la spazzatura e un aereo che si confonde nel grigio del cielo. C'è anche il fuoco, quel fuoco che in Time of the glacier segnava la catastrofe, era la catastrofe, ed è questo fuoco a essere primitivo in Earth of the night; la sua immagine, infatti, è tagliata, non si vede da ciò che emerge, dov'è situato: si vedono solamente le fiamme, la punta delle fiamme, e queste fiamme tendono al cielo, sono già nell'etere, si elevano. Prima di scoprire la cosmicità della catastrofe (e la catastrofe della cosmicità) in Orbit æterna (Inghilterra, 2013, 16'), Teo Ormond-Skeaping ha dunque già ben presente come si sia effettivamente immersi in un catastrofico che, pur attuandosi più visibilmente sulla terra, è immediatamente ovunque: la linea dell'orizzonte, che separa e unisce, separa unendo e unisce dividendo, il cielo dalla terra è in verità la linea del catastrofico, ecco cosa ci mostra Teo Ormond-Skeaping con Earth of the night, che siamo tutti inevitabilmente coinvolti in un catastrofico, che la catastrofe del Big Bang è la stessa che il trauma che subiamo per esistere, cioè l'uscita dall'utero materno. Il catastrofico non è una presenza, in cielo e sulla terra: è la condizione di possibilità dell'esistenza e della presenza del cielo e della terra - e la nostra vita, il nostro essere più intimo e semplice, non può esistere senza essere coinvolto in esso. Ma è appunto questo nostro coinvolgimento nel catastrofico - come mostrerà Orbit æterna - a farci essere parte del cosmo, a essere nel/il cosmo, anch'esso coinvolto nel catastrofico che in ultima istanza è.

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