(Agiografie #2: Mauro Santini) Fine d'agosto


Iniziamo dunque questa seconda agiografia* dalla fine. E iniziamo dalla fine perché non c'è fine, sicché non è che si possa tanto fare della fine un inizio o trovare nell'inizio questa fine: inizio e fine sono aboliti nel flusso che è quello del divenire. Iniziamo allora dalla fine per tenere presente questa semplice cosa del divenire, dell'assenza di inizio e fine perché, in fondo, ogni film di Santini mostra o presuppone questo incontrovertibile dato di fatto; e iniziamo dalla fine anche perché si tratterà poi di andare a ritrovare ciò che precede e che non è cancellato dal divenire ma è il divenire stesso nella sua più pura sostanzialità, mentre Fine d'agosto (Italia, 2014, 21'), secondo componimento di Frammenti di vita trascorsa, nonché ultima opera in ordine cronologico del più grande regista vivente, non ne è che la punta, il puntello sul quale questo divenire (la filmografia di Santini, appunto) si protrae in vista del prossimo frammento, del successivo videodiario, del futuro giornaliero. E - crediamo - non c'è niente di meglio che iniziare da questo cortometraggio qui, il quale, colto nella sua interezza così fragile e piccola, rimanda inequivocabilmente a ciò su cui il cinema di Santini s'impernia, e cioè la vita. Una vita che è l'aspetto più sorprendentemente materiale del divenire e che in quanto tale si confonde col cinema, almeno considerando la filmografia del regista di Pesaro; Fine d'agosto, infatti, inizia con un'inquadratura di un paio di piedi insabbiati, piedi poi che cammineranno nell'acqua, e l'impressione è quella di trovarsi fronte a un film delle vacanze, cosa che forse, in effetti, potrebbe anche essere: del resto, l'attenzione di Santini è subito catturata dalla vita acquatica (una strana alga, un granchio, qualche pesce), dalla quale poi si discosta per osservare la spiaggia lì di fronte, dei bagnanti che s'abbracciano, dei bambini che salgono sugli scogli per ritornare, infine, all'acqua, non più, però, con uno sguardo di superficie bensì di profondità, non sull'acqua ma nell'acqua. La vita, in questo contesto, appare in tutta la sua spontaneità, e sarebbe davvero difficile non scorgere almeno qualche, seppur flebile, assonanza col capolavoro di Stan Brakhage, The mammals of Victoria (USA, 1994, 34'), poiché anche qui, come nell'opera dello statunitense, è in atto una - lì strana, pressoché mistica, qui spontanea e naturale, lucente - sintonia tra l'uomo e la natura, l'uomo che ritrova la natura e l'uomo che si ritrova nella natura, come natura. In questo senso, il gioco di superficie delle prime battute del film riporta l'attenzione al velo d'acqua, che increspa, sforma e trasforma ciò che sta al di là di esso non tanto dotandolo di una nuova forma quanto, piuttosto, scoprendo il suo senso, considerandolo cioè nella sua intensità, piuttosto che nel suo carattere più estensivo. E cosa fa il cinema, se non lo stesso che il velo acquatico? Esso trova il giusto tempo di ciò che è casualmente collocato nel mondo, e con ciò scopre il senso degli enti. È per questo che, dopo aver fatto dell'acqua una sorta di lente anamorfica, Mauro Santini alza la testa, pronto a catturare gli enti che si trovano al di qua di quella superficie, conscio che il tempo, sopra e sotto la superficie acquatica, è infine il medesimo: l'abbraccio degli innamorati, il gioco d'osservazione dei bambini, la nuotata di una donna assumono ora una concretezza che non avrebbero mai avuto se non dopo aver scorto ciò che l'acqua può fare. Certo, noi vediamo queste figure così come le vedremmo quotidianamente, ma esse sono in acqua e noi sappiamo che è solamente un gioco di specchi, di superfici riflettenti che ci dà una determinata figura. A vederle da sotto, le cose cambierebbero. Così come cambiano laddove l'acqua è assente o solo in prossimità: lì c'è il modernismo, la macchina, il treno, ed è come se tutto ciò non avesse senso nel momento in cui non fosse tra virgolette sformabile da una superficie, poiché è il treno stesso la propria superficie, è in se stesso, nella mitologia del progresso, che si riflette e ci si dà. In acqua, d'altra parte, le cose cambiano o, meglio, vengono rifratte, scoperte - come dicevamo - nella loro concretezza, indice di una fragilità sostanziale, la stessa peraltro di cui si compone e che anzi propriamente compone Fine d'agosto. Come non accodarsi, allora, a Santini, alla sua scelta finale di sommergersi, di entrare in acqua, di esplorare - cioè, di darsi a - quel mondo? E in quella nuotata, in quella scoperta della profondità che ribolle sotto la superficie sta tutto l'atto fondativo del cinema di Santini: il film si dà come effetto di superficie, la cui profondità è lo schermo, il quale deve così annullarsi per poter restituire il film. Superficie, effetto di superficie. Senz'altro. Ma questo già lo sapevamo, e in fondo non è questo che conta. Ciò che conta, piuttosto, e che a nostro avviso è uno degli elementi cardinali del cinema di Santini, è che, lungi dall'interessarsi solo alla superficie, il regista ha coscienza e sensibilità anche nei confronti del profondo, il quale, certo, non può logicamente emergere che come effetto di superficie, ma - e qui l'importanza accordata (come in Cove (USA, 2012, 7'), solo che ora la cosa risulta più naturale e spontanea) alla vita piuttosto che a una logica a essa trascendente, nonché il segno della grandezza di Santini - è una cosa, questa, che si può ribaltare, come è mostrato in Bianco (Italia, 2013, 19'); Santini, infatti, è il primo regista ad aver mostrato non tanto che il profondo si dà come effetto di superficie** ma che la superficie si può dare in profondità, come profondità. Allora, l'immagine cinematografica non è effetto di una profondità che è la vita ma è la vita stessa, nella sua profondità di superficie.


* La prima era su Stan Brakhage.
** Insomma, non è uno psicanalista, Santini. Grazie al cielo.

12 commenti:

  1. Ma non è Benning il più grande regista vivente? M'era parso di capire di sì. Oppure mi sono perso qualcosa e Benning è morto?

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    1. Non c'era bisogno di usare perifrasi... mi spiace molto.
      R.i.p per un grandissimo.

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    2. Non è morto. Sta altrove nel senso che non entra in alcun paragone -.-

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    3. Non ne sapevo nulla neanche io. R.i.p. maestro. :(
      Riporto la notizia anche sulla mia pagina facebook.
      Tra Caligari, Benning e altri è davvero un brutto periodo per gli amanti di certo cinema comunque...

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  2. Ciao Yorick, volevo chiederti se i lavori di Santini sono disponibili in rete o se devo contattare lui stesso.
    Mi hai incuriosito molto anche con Teo Ormond-Skeaping...reperibilità zero, o c'è qualche speranza?
    Grazie, ciao;)

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    1. Qualcosa c'è (su Vimeo e su YouTube), ma non molto.

      Per quanto riguarda Teo Ormond-Skeaping (grandissimo, peraltro. Temevo che quella piccola retro fosse passata inosservata, mi fa piacere che ti interessi - secondo me merita molto), reperibilità ancora a zero, ma credo che metterà qualcosa su Vimeo, a breve (ora è in un ghiacciaio). Altrimenti contattalo, vedi che ti dice...

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    2. Grazie mille ;)
      Eh si, da quello che mi hai fatto capire tu, Teo Ormond Skeaping dovrebbe fare proprio al caso mio:)

      Grazie ancora Yorick!
      Ciao

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  3. rotfl, sei proprio un povero leccaculo

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