(Agiografie #2: Mauro Santini) Fermo del tempo


Comunque, in fondo, si tratta sempre di un'effrazione, di un gesto effrattivo, che dunque spezza qualcosa. Prendiamo i Videodiari di Mauro Santini, dei quali avevamo già parlato, per esempio a proposito di Dove non siamo stati (Italia, 2011, 22'): sono piccoli film, ma non film piccoli, come Fine d'agosto (Italia, 2014, 21'), che fa invece parte dei Frammenti di vita trascorsa, e sono piccoli film perché, appunto, nascono da un'effrazione, da un gesto violento che deve in qualche modo restituire la dolcezza con cui lo si è compiuto, la grazia di ciò che dischiude e - potremmo dire - la bontà, la gioia o anche l'entusiasmo, l'amorevole necessità che ne sta a monte, di quel gesto; in quest'ottica, Fermo del tempo (Italia, 2003, 7') ci pare indicativo della cifra stilistica che attraverserà ogni singolo videodiario, poiché è qui che l'effrazione più palesemente si mostra e si nasconde, si nasconde mostrandosi e si mostra nascondendosi, e la genesi del cortometraggio, rievocata dallo stesso Santini (qui), non può che palesarlo; il ritrovamento di una foto è infatti l'amartia di Fermo del tempo, un avvenimento che lo anticipa e in un certo senso lo dà: è la foto di Giacomo, nel quale Santini si ritrova, e ora bisogna dunque compiere un gesto d'effrazione su questa foto, che ritrae Giacomo in uno scuolabus, affinché essa non restituisca soltanto ciò che è mostrato ma anche ciò che nasconde, e ciò che nasconde, quella foto, altro non è che la fondazione della foto stessa. Non si tratta, banalmente, di ripercorre la genetica che affilia Giacomo a Santini; piuttosto, si tratta di far proliferare l'immagine di Giacomo, di ritrovare un'immagine-Giacomo che è la stessa che l'immagine di Giacomo sottrae. Perché la sottrae? Perché è una foto, semplice. Il cinema, che non ha nulla a che fare con la fissità fotografica, permette una spazio-temporalizzazione dell'evento che quella fotografia ha come postulato, scardinandolo da coordinate spazio-temporali che, invece, sono ciò da cui l'evento promana e in cui l'evento s'innesta: la fotografia è una brutta arte, appartiene ai morti, e l'operazione attuata da Santini non è altro che quella di un santone, un po' isterico, che tenta in tutti i modi di restituire lo spazio e il tempo (assieme, non divisi, cosa che invece accade in fotografia), insomma la vita, a ciò che, di vita, ne ha, ma a cui viene in qualche modo sottratta. Ecco la differenza tra il cinema e la fotografia: la fotografia immortala, cioè toglie la morte, ma per far ciò ha bisogno di sottrarre la vita, annullando il dualismo vita/morte e consegnando di fatto ciò che viene immortalato a un'eternità senza tridimensionalità. L'effrazione, allora, avviene ai danni della fotografia, ma ciò significa compiere un gesto effrattivo nei confronti non solo della morte ma anche della vita, vita concepita come negazione della morte. Vita e morte si fondono e si confondono, e ciò che ne risulta è un fermo del tempo in cui non esiste più nulla, ma insiste e sussiste qualcosa che ha più a che fare con la durata di bergsoniana memoria che con altro. Durata di bergsoniana memoria, ovvero l'agglutinamento di istanti temporali che permangono - agglutinamento permanente che avviene, e questo avvenimento è l'evento che Fermo del tempo a conti fatti è. In esso, l'effrazione è compiuta prima ai danni della fotografia, poi ai danni del dualismo vita/morte, e allora le immagini sbiadiscono, perdono il loro carattere estensivo, ritrovando quindi la loro più immanente e intrinseca virtualità, come in Bianco (Italia, 2013, 19'), che pure enuclea qualche fotogramma di Fermo del tempo, ma anche in maniera differente rispetto a Bianco, perché in Fermo del tempo l'effrazione, che pure si mostra nascondendosi e si nasconde mostrandosi, emerge in una nuova o rinnovata etica, che è quella del sempre, un sempre, però, che è già al di là del cronologico, che non si dà perché lo si sottrae al tempo cronologico ma è di per se stesso impossibile da declinare cronologicamente. Che cos'è, del resto, un fermo del tempo? Non si può sapere, ma ciò che accade in un fermo del tempo, ecco, questo lo si può sapere. Fermiamo il tempo: si apre l'eterno. Non un eterno cristiano, un'eternità che trascende la vita e la morte, ma un'eternità che è già qui ed è già ora, poiché è il tempo di adesso che si è fermato, che cioè si fatto in modo non fosse più cronologico, e il punto è proprio questo: in quel (con)fondersi d'immagini, in quei ricordi sottratti alla memoria e in questo presente che non si incastra con ciò che pure è presente, solo che è passato, si ha l'eterno. Santini, con Fermo del tempo, non sembra mostrarci altro che questo: viviamo eternamente, ma l'eternità non ci è posposta in un altrove che trascende il nostro corpo, i nostri sguardi; esso si trova qui, è qui, e il cinema non soltanto è il mezzo privilegiato per poterla notare, questa cosa, ma è anche ciò in cui questa cosa si verifica. Così, l'effrazione diviene qualcosa d'altro. Certo, essa è data nell'intimo di Santini, ma pure quest'intimità è effranta, ed è da quest'effrazione isterica che si perviene a Fermo del tempo, a un evento cioè che è quello che ci coinvolge tutti, perché prolifera e noi proliferiamo in esso: non si tratta più di fare cinema ma di essere cinema. 

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