(Agiografie #2: Mauro Santini) Di ritorno



È davvero tosta scrivere qualcosa a proposito del secondo cortometraggio dei VideodiariDi ritorno (Italia, 2001, 10’), e lo è soprattutto perché si entra in una dimensione talmente intima - propria di tutta questa antologia filmica - che lascia ammutoliti; questa dimensione intima non è quella tipica di ogni racconto di sé o di un pezzo della propria storia, tant'è che Di ritorno è - tra virgolette - personale nel momento stesso in cui questo suo essere personale non porta ad escludere gli altri e i loro vissuti. La dimensione dell’incontro con l’altro è qui fondamentale, perché si tratta di un incontro, un riavvicinamento con qualcuno che non c’è più: tramite il cinema anche l’immagine statica - quella delle vecchie fotografie - prolifera insieme al suono e a voci indistinte che non riusciamo a cogliere, di modo che, ogni volta che emerge un frammento di fotografia, sentiamo premere il petto per un sentire - non propriamente distinto - che ci sconvolge (e ciò non è per nulla esagerato se teniamo conto che, questi Videodiari, anche se pensati come un insieme armonico, non riusciamo davvero a vederli tutti insieme perché, in fin dei conti, ogni persona ha una propria sensibilità e una propria capacità di contenimento che prima o poi si satura), e, sebbene l’ultima scena ci porti al punto d’arrivo di questo film-treno, ovvero una vecchia fotografia della famiglia d’origine di Santini su una casa che sembra quasi disabitata, c’è ancora qualcosa che manca e fa riverberare il cortometraggio oltre se stesso, al di là della propria fine, poiché questo è appunto un ritorno, e la stessa parola ci rimanda al fatto che, sì, un viaggio nel passato è stato fatto e, sì, i ricordi hanno trovato nuova vita, ma questo ritorno avviene non solo tramite la memoria, la fotografia, il cinema e via dicendo ma anche per il disegno di un bambino che è stato evocato, un bambino che ci parla di un treno che non c’è, non un bambino qualunque, bensì un nipote, e questo è essenzialmente un ritorno: non un ritorno statico, uguale a se stesso, perché i geni sono ormai stati mescolati, anzi per certi versi si potrebbe proprio dire che l'incontro stesso avvenga a questo livello qui, a uno stadio genetico/affettivo che ci preesiste e che noi nasciamo per incarnare. Incarnare cosa? L'incontro con l'altro, che mi è costitutivo. Un incontro che poi si rinnova - e noi ci apriamo all'altro nel momento stesso in cui l'incontro, banalmente, non è semplicemente un incontro con l'altro ma si definisce per un sostanziale tentativo di abitare la soglia tra me e l'altro, cioè tra il me di ora, individuale, e il me di allora, che mi preesisteva e mi costituisce; allora una speranza, anche se malinconica perché segnata da un lutto, emerge, e ciò diviene possibile attraverso il cinema, e lo diviene perché, in fondo, Santini mostra un'immagine in cui vita e cinema, cinema e vita, si confondono nell'atto stesso della ripresa filmica, con la macchina da presa che, come il treno, unisce i termini, li relaziona, manifestando non solo la distanza ma l'abitabilità di questa distanza: me e l'altro, presente e passato, film e vita divengono allora elementi distanti solamente per il fatto che questa distanza è fatta per essere saturata, abitata.

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