(Agiografie #2: Mauro Santini) Cosa che fugge



Volti permeano questo cortometraggio di Santini, Cosa che fugge (Italia, 2008, 5’), volti che possiamo dire vengano mostrati spesso nei Videodiari e che non sono mai totalmente definiti, totalmente riconosciuti, totalmente ricollegati a qualcosa di specifico, e ciò avviene specialmente in questo corto: volto di donna, uomo, bambino, volto sorridente, rilassato, con gli occhi aperti, con gli occhi chiusi – quale di questi? In realtà forse tutti o solo uno che si trasforma ma, come ormai sappiamo, non è definire il volto – sebbene quest’ultimo sia importante per l’autore e per noi nella nostra quotidianità – la cosa che ci interessa ora, piuttosto il suo sfuggirci. Il volto notoriamente è la cosa più caratterizzante nella persona e a volte ci lasciamo impressionare di fronte a qualcuno a noi caro che ci sembra di rivedere in uno sconosciuto incontrato per strada (ed è ancora più impressionante e destabilizzante rivedere se stessi in un altro, come avviene in Di ritorno (Italia, 2001, 10') per esempio). Le stesse neuroscienze evidenziano questa nostra predilezione per i volti, tant'è che è stata dimostrata l’esistenza di una particolare zona del cervello, il giro fusiforme, specializzata nel riconoscimento dei volti, il che ci porta a dedurre come sia fondamentale, ed adattiva, tale propensione – e questo fin da neonati (altri studi la dimostrano, anche se si tratta di un riconoscimento che avviene ad un livello più primitivo, ma non è questa la sede per ampliare la questione prettamente scientifica che qui ci serve come rinforzante). Cosa che fugge sembra dunque portarci ad una sorta di prosopagnosia temporanea che, invece che essere invalidante, ci porta ad esperire una condizione di tensione verso, una ricerca, un propendersi a, e questo non tanto al fine di toglierci dall'impaccio, una volta per tutte, e finalmente ritrovare le coordinate, l’oggetto definito che si mostra a noi completamente ma, piuttosto, per rimanere in questa tensione, per appunto, continuare a esperire la sensazione che una definizione ci sfugga sempre e che non trovi mai un punto d'arrivo. Sembrerebbe così che Santini ci voglia portare in una dimensione di intenzionalità (in senso husserliano), di mera tensione verso, ma verso che cosa? Verso l’altro. Ecco, dunque, che il cinema diventa, non tanto uno strumento quanto, piuttosto, uno spazio in cui stare con l'altro, quest'altro a noi ignoto e che, lungi dallo spaventarci, come ci spaventano tutte le cose che non conosciamo, ci fa entrare in relazione con noi stessi. Sebbene Santini riesca a creare nuovi incontri praticamente in ogni suo film - non a caso lo riteniamo il miglior regista vivente - questo cortometraggio ci permette di esperire l'incontro attraverso questi semplici volti (la cui indeterminatezza sarebbe forse da ricongiungere a una viseità-tipo, quasi quello sullo schermo fosse il levinasiano volto di Dio), che, modificandosi, ci obbligano a fare i conti con l'altro e il nostro bisogno estremo di relazionarsi con esso per determinarci nella nostra persona, nello spazio-tempo di cui prendiamo conscio possesso solamente in relazione all'altro, quell'altro attraverso il quale scorgiamo il paesaggio, il luogo che ci circonda, nel quale ci troviamo e che non si dà senza la trasparenza dell'altro.

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