(Agiografie #1: Stan Brakhage) Visions in meditation




«Possibilità infinite (preferendo il caos)»
(Stan Brakhage, Metafore della visione)

Visions in meditation è un luogo filmico costituito da quattro stanze: Visions in meditation (USA, 1989, 20’), Vision in meditations #2: Mesa verde (USA, 1989, 17’), Visions in meditation #3: Plato’s cave (USA, 1990, 8’), Visions in meditation #4: D.H. Lawrence (USA, 1990, 19’). In quanto luogo, non c’è un reale procedimento che giustifichi la numerazione delle stanze; esse sono piuttosto quattro variazioni intorno allo stesso tema, dato dalla relazione tra la visione e la meditazione. Bisogna però essere cauti a riguardo: la relazione, infatti, non è posta da termini in se stessi eterogenei quanto, piuttosto, da un minimo comune denominatore di fondo che costituisce propriamente l’evento dei quattro cortometraggi. La visione, infatti, com’è stato più volte sottolineato a proposito della filmografia brakhagiana, per esempio scrivendo di Dog Star Man, non è una visione eminentemente percettiva, materica: essa ha piuttosto a che fare colla mente, è una visione teoretica, del terzo occhio. La meditazione, dal canto suo, è qualcosa che può darsi solamente in un mondo interiore, il quale, pur costituendosi a partire da un’esternità data, ad esempio, da delle montagne (Visions in meditation #3: Plato’s cave) o dai ruderi di una città che ha dell’ancestrale (Visions in meditation #2: Mesa verde), è ciò che infine legittima e costituisce l’esternità stessa. Questa, infatti, passa attraverso un procedimento interiore, un’interiorizzazione che la metabolizza, la fa propria, sforzandosi di ridarla poi in una concretezza che è quella del mondo esterno. Scriveva Merleau-Ponty: «Come spiriti, noi siamo originariamente la culla del mondo»*. Certo, l’esternità è anteriore, è in un certo senso data aprioristicamente, ma ciò che in ultima istanza emerge da quest’incredibile lavoro di Brakhage è che essa costituisce una sorta di noumeno kantiano, di inaccessibile. Visions in meditation #4: D.H. Lawrence, forse la più sorprendente tra le variazioni, mostra infatti un cielo e un mare che sono fatti dello stesso blu, e questo cielo e questo mare devono senz’altro essere imposti a un soggetto, che in questo caso è costituito dalla macchina da presa, ma il cielo e il mare così come si presentano a essa non sono l’universo che la mdp va a costituire (o sono tutt’altro rispetto a esso), e anzi quest’universo è fondamentalmente originario e originale, il che non significa che la mdp cancelli il cielo e il mare che gli erano dati quanto, piuttosto, che essa, cogliendo il loro senso, non può non restituire, cioè formare e formulare, un evento che il medesimo tratto del Big Bang, che ridefinisce il cielo e il mare in maniera del tutto nuova. Le figure si fanno così sfocate, e un tramonto pervade la scena, sottraendo gli enti al decentramento cui sempre danno corpo e costituendosi di per sé come decentramento. Questa la visione. La meditazione, invece, è data poi, ma è data poi a partire, appunto, da questa visione interiore. La meditazione è ciò che esprimere l’inesattezza di un pensiero rigido e scientifico, privo d’immagini: in essa, cadono le distinzioni, l’oggettivo e il soggettivo si fondono e si confondono così come si erano fusi e confusi l’oggetto e il soggetto, la macchina da presa che illumina il mondo e il mondo che, in quanto illuminato, è di per se stesso luce - luce che la macchina da presa riflette, non crea, la caverna platonica non restituisce ombre e simulacri di cui c'è una realtà più vera, più reale, e i raggi del sole sono quelli che riscaldano la pelle di Lawrence, la quale, immettendoli in   si auto-riscalda. «Non si tratta di sostituire alla riflessione la fede percettiva, ma viceversa di tener conto della fede totale che comporta il rinvio dall’una all’altra. Ciò che è dato non è un mondo massiccio e opaco, un universo di pensiero adeguato, bensì una riflessione che si svolge sullo spessore del mondo per rischiararlo, ma che, a cose fatto, non gli rinvia se non la sua propria luce»**. Così, non si tratta più riprendere un cielo, un mare. Il cielo e il mare ripresi implicano una giustificazione della ripresa stessa. Qual è questa giustificazione? perché riprendere il cielo e il mare? Il motivo è intrinseco all’immagine restituita, ma questo motivo implica primariamente il fatto d’aver colto il senso del cielo e del mare: non si riprende mai un cielo o un mare, si riprende il blu del cielo e il blu del mare, ma questo blu, pur essendo a essi immanente, costituisce un al di là che potrebbe non essere dato e che, proprio in quanto possibile e non necessario, va a costituire il perno dell’immagine, e questo perno, nel caso di Visions in meditation è la relazione che dunque s’instaura tra il cielo e il mare, non più dunque cielo e mare ma cielo-mare, blu/cielomare: «Il momento in cui si compie l'incanto per un individuo che si approssimi all'opera d'arte è il momento in cui l'intelletto passa al di là e deve poi fare un passo indietro, indietro nel tempo verso quel momento. L'incanto definitivo è concluso nel momento dell'approccio all'opera d'arte in cui l'intelletto è definitivamente stupito e l'incanto riverbera indietro nel tempo su ogni momento dell'approccio. L'intelletto mi appare carico e carico dalla sensazione»***. Arrivato a questo punto della sua filmografia, Stan Brakhage pare aver perfettamente preso il controllo delle sue visioni, arrivando così ad esprimere una potenzialità specificamente cinematografica che è quella, appunto, di costituire il mondo che precede il cinema, che è anteriore alla ripresa ma che la ripresa stessa non può che fondare cogliendone il senso, smascherando l’evento al di sotto e al di sopra di ogni montagna, di ogni città-stato sumera, di ogni cielo e di ogni mare. Allora, cadono tutte le distinzioni, e la meditazione può effettivamente effettuarsi, ma a patto che sia una meditazione tutt’altro che trascendentale. La meditazione, ponendosi allo stesso livello virtuale della visione, sta sullo stesso piano d’immanenza di quest’ultima e, con ciò, pone in esse una partecipazione, al contempo fisica e teoretica, ma perché, per l’appunto, la fisica è ora teoretica e la teoresi è fisica. E noi siamo coinvolti in tutto ciò, non ce ne possiamo sottrarre.


* Maurice Merleau-Ponty, Il visibile e l’invisibile.
** ibid.
*** Stan Brakhage, Metafore della visione.

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