(Agiografie #1: Stan Brakhage) Unconscious London Strata


«L'allontanarsi è una stanca consapevolezza di troppo materializzarsi in uno stanco specchiarsi. 
Ciò di cui si ha bisogno è una fonte d'illuminazione più che riflessa.»
(Stan Brakhage, Metafore della visione)


Luce. Ma non luce pura, irriflessa, piuttosto luce rifratta, anzi rifrazione stessa della luce. Il cinema, in fondo, implica e si direbbe quasi che pretenda la luce, ma la luce in sé non potrà mai essere cinema senza perciò annullare il film; se, infatti, il film implica uno schermo, che destituisce nell’atto stesso di darsi, di porsi, la pura luce non porterebbe ad altro che a questo, cioè a destituire il film e a riportare alla soglia di percezione lo schermo puro, che sta lì a mo’ di tomba del cinema. Abbiamo visto, specie considerando i lavori di Rouzbeh Rashidi, in particolar modo Reminiscences of yearning (Iran, 2011, 90'), e quelli di Mauro Santini, specie Bianco (Italia, 2013, 19'), come ci sia una possibilità di far sussistere lo schermo sul film o, comunque, non necessariamente il film al di là dello schermo, ma tutte queste possibilità non sono date, in fondo, che dalla magnum opus di Scrive Brakhage, ovvero Unconscious London Strata (USA, 1981, 22'), a proposito del quale vale il principio elaborato dallo stesso Brakhage anni prima della realizzazione di quest’opera incredibile e colossale, principio che si ritrova nel testo più importante del regista statunitense, Metafore della visione, e che è sostanzialmente riassunto nella proposizione che segue: «Dare alla luce piuttosto che essere illuminati». Ma dare alla luce cosa, precisamente? Naturalmente non l’opera in sé, che deve piuttosto brillare, e il principio di Brakhage evoca piuttosto l’idea di un offrire qualcosa, un x, a un’illuminazione che gli preesiste. Ecco, credo che questa illuminazione sia fondamentalmente il cinema. Il cinema, infatti, preesiste al film, ma soprattutto è la fonte d’illuminazione che fa porta alla superficie il materiale filmico, e la cosa sorprendente, in Unconscious London Strata, è che questo materiale filmico sia sostanzialmente costituito da luci, fonti luminose, ma queste fonti non appartengono al cinema e, con ciò, sono cieche, ottenebrate, sicché solo in quanto illuminate dal cinema possono efficacemente essere ciò che effettivamente sono, cioè luci, il che, a nostra opinione, costituisce un primo grande centro d’interesse per quest’opera; è del resto proprio con questo movimento apparentemente tautologico - la luce illuminata dalla luce (e cos'è, in fondo, il cinema se non luce? e cos'è la luce se non al condizione di visibilità delle cose? È in questo senso che diremo che il cinema è la condizione della vita e non viceversa, ché senza cinema saremmo ciechi) - che Brakhage perviene a qualcosa di molto profondo e che per certi versi potremmo considerare come la condizione stessa del cinema. Questa condizione è data dal fatto che il cinema, oltre ad essere la condizione di visibilità di qualcosa, è la condizione di possibilità dello stesso qualcosa nel momento in cui condivide con quel qualcosa un elemento, il quale, dunque, appartiene sia al cinema che al qualcosa. Che cosa? Ovviamente, il virtuale. Ogni cosa in quanto tale è attuale, attualizzata, ma è attuale solo in quanto ha in sé un che di virtuale, che precede la sua attualizzazione. Da ciò risulta evidente non solo che ogni cosa possa essere cinematografata ma anche e soprattutto che ogni singolo ente sia di per sé cinematografico: il cinema non è stato inventato, è stato scoperto, ed è stato scoperto da coloro che cercavano il paradiso (Brakhage parla di angeli caduti), il big bang, il regno dell’origine e delle anime prima della loro incarnazione. E il fatto è questo: non solo precede il reale, ma il reale discende dal cinema, non può darsi senza cinema. Ormai al termine del proprio percorso esistenziale, termine che per quanto riguarda Brakhage raccoglie in sé, in un legame indissolubile, sia il cinema che la vita, elementi che, anzi, trovano proprio nella persona, nel corpo di Brakhage - così come in quello di Dwoskin* - una perfetta unità. Quel corpo che Brakhage ha sempre sentito come uno strumento di possessione**, come una virtualità incarnata, attualizzata, per far da tramite a una virtualità che trapassa il cosmo intero. Questa virtualità viene restituita nel film, ma non si esaurisce nel film. Il grande insegnamento di Brakhage, anzi, ci sembra essere proprio questo: non si fa un film per dire qualcosa, lo si fa per porre un corpo trasparente il quale possa a sua volta essere trapassato da questo virtuale, solo che, a differenza del corpo in carne e ossa, il corpo filmico, essendo virtuale, ha in  la trasparenza che permette di cogliere, seppur fugacemente, quel virtuale cosmico che, allora, si dà a vedere solamente nel film. Non si tratta più, dunque, di anticipare la notte***, ma di fondarla, e con essa la luce che essa istituisce alle sue estremità. Quella luce illuminata dal cinema, il quale si rivela così la più notturna delle arti, ciò che richiede, per essere, un buio e un silenzio**** nei quali potersi raccogliere. In questo buio e in questo silenzio, che altro non sono quelli primordiali e originari mostrati sin dai tempi di Dog Star Man (USA, 1961-1964, 74'), lo spettatore vede a occhi chiusi, e la sua è una visione, come quella «del santo e dell'artista»*****, ma è anche una meditazione******, e visione e meditazione, al buio, compenetrandosi vicendevolmente, si fanno un'unica e identica cosa, si fondono e si confondono fino a che ciò che lo spettatore vede o, meglio, ciò su cui medita e di cui ha visione non può essere espresso a parole; il linguaggio, infatti, viene dopo, quando c'è una necessità di comunicare, di organizzarsi, insomma quando sussiste una certa comunità. Il cinema, come detto sopra, precede la realtà, quindi la possibilità stessa di comunicare e di organizzarsi, e se Brakhage si sente giustamente legittimato dallo squalificare ogni opera filmica che ponga in sé una certa traccia sonora noi ci crediamo ugualmente legittimati a sostenere che nulla possa essere dicibile di un film, dalla trama alle forme, passando per l'ente inquadrato e via dicendo... e con ciò, riprendendo il discorso inaugurato con Dog Star Man, a proposito del quale, appunto, ci chiedevamo se fosse legittimo o meno parlare o scrivere - insomma comunicare - di Dog Star Man, non possiamo non sostenere che con Unconscious London Strata Brakhage realizzi davvero un'opera che ha del definitivo. Questo carattere definitivo dell'opera di Brakhage, per concludere, riteniamo debba ritrovarsi proprio in questo punto preciso, ovverosia nel fatto di considerare che, sì, il cinema precede la realtà, ma, se è così (ed effettivamente è così), com'è possibile ritornare al cinema, com'è possibile, per noi enti reali, attuali, entrare al cinema, vedere un film? Crediamo che la risposta sia pressoché del tutto indefinibile, ma per quel poco che ci rimane da dire potremmo abbozzare, se non una risposta, quantomeno un tentativo di risposta. E cioè: entriamo al cinema, ci è concesso vedere un film nel momento in cui esprimiamo non tanto la nostra attualità quanto, piuttosto, il nostro lato virtuale. Questo lato, una volta espresso, non si attualizza, ma con esso, in esso, noi ci confondiamo col cinema, vediamo il film, diventiamo, cioè la nostra vita diventa, il film, e il film, a sua volta, diventa la nostra vita: Visione. Ma, allora, comincia l'indicibile: «Possibilità infinite (preferendo il caos)»*******...


* v. Intoxicated by my illness (USA, 2001, 41')
** «Tutto il suo essere diventa uno strumento per la espressione di forze incomprensibili, scopre che queste (non sue) espressioni lo plasmano come pubblico.» (Stan Brakhage, Metafore della visione)
*** cfr. Anticipation of the night (USA, 1958, 42')
**** «Le varie possibilità creative sonore si sono perse in una compiacenza superficiale del sincronismo meccanico del suono reale e dell'accadere visivo, come se l'immagine di un lampo fosse vera e dovesse perciò essere seguita dal suono di un tuono, come se l'immagine di foglie in movimento trepidasse dallo schermo e dovesse perciò essere accompagnata dal loro rumore forse esteticamente inutile, come se gli attori bidimensionali, ritagliati, dello schermo fossero esseri umani in situazioni reali ed il pubblico si aspettasse di seguire ogni loro affermazione indipendentemente dal fatto che abbiano qualcosa da dire, piuttosto che comprenderli semplicemente nell'atto di parlare, per ascoltare solo quei dialoghi il cui significato sia essenziale, in ciò che dev'essere un'opera d'arte visiva in modo predominante, se arte deve essere. Così poiché il ritmo è l'elemento fondamentale di ogni cosiddetta musica d'atmosfera cinematografica, gli altri elementi essendo perlomeno illusori, il ritmo del movimento delle immagini e quello della lunghezza dei piani parrebbe un metodo assai più diretto - anche se più laborioso - per evocare lo stato d'animo desiderato, di quanto non lo sia appiccare un accompagnamento orchestrale, che viene usato illogicamente ed artificialmente nella maggior parte dei film attuali. L'evoluzione del senso del suono nella sua relazione estetica al fatto visivo che sta alla sua origine non trovò alcun parallelo nello sviluppo della relazione di suoni veri con le immagini. Il senso del suono che un'immagine visiva evoca sempre e che può diventare parte integrante dell'esperienza estetica del film se controllato creativamente, spesso rende superfluo il suono reale. Data solo questa premessa, si potrebbe squalificare come opera d'arte quasi ogni film sonore. Non vi è alcuna definizione di una opera d'arte che lasci un margine di superfluo.» (Stan Brakhage, ibid.)
***** Ibid.
****** cfr. Visions in meditation.
******* Stan Brakhage, ibid.

6 commenti:

  1. Potresti passarmelo oppure dovrei vendere l'anima al diavolo per averlo (?)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sei fortunato, questo esiste in DVD, quindi non serve complottare col demonio ^_^

      Elimina
    2. Si, porcoddio. Fa parte del cofanetto della criterion ?

      Elimina
    3. Ne approfitto per chiederti una cosa: tu dove compri i DVD della Criterion? Non direttamente dal loro sito, no?

      Elimina