(Agiografie #1: Stan Brakhage) Scenes from under childhood




«Un tempo la visione può essere data - 
questo mi sembra essere il caso dell'occhio del bambino, 
un occhio che riflette il venir meno dell'innocenza più eloquentemente di qualsiasi altro tratto umano, 
un occhio che impara presto a classificare le proprie visioni, 
un occhio che rispecchia il movimento dell'individuo verso la morte 
nell'accrescersi della sua incapacità di vedere.»
(Stan Brakhage, Metafore della visione)

Uno dei temi cardinali della filmografia brakhagiana è senz’altro quello riguardante l’infanzia, a partire dal meraviglioso affresco materno compiuto durante il parto di Jane, e cioè Window water baby moving (USA, 1959, 13'). Siamo però del parere che una rilevanza tutta particolare assuma Scenes from under childhood* (USA, 1967, 23'), e ciò è dovuto fondamentalmente all’angolazione attraverso cui vengono visti gli elementi presenti nell’inquadratura; più che un film sull’infanzia, ci pare infatti che esso costituisca in tutto e per tutto un film dell’infanzia, il che è un fatto indubbiamente pregno di implicazioni, peraltro non così originali, ma è appunto questa non originalità a manifestare l’incredibile portata di un lavoro simile. L’occhio del bambino, del resto, è ciò che Brakhage intende portare in macchina, come abbiamo discorrendo a proposito di Metafore della visione: esso è l’obiettivo stesso, l’occhio da cui scaturisce la visione. Si tratta, pertanto, non ritornare all’infanzia, ma di fare in modo che l’infanzia risulti aderente al materiale filmico, alla visione che quest’ultimo pone. Una visione che, come e in quanto tale, dovrà mantenere in sé tutta una serie di caratteri e caratteristiche che sono proprie della visione infantile. Questa, com’è noto, non è una visione descrittiva o, meglio, lo è nel momento in cui descrive un incontro, sicché è sempre e comunque una visione originale e originaria: il bambino non vede un mobile, lo incontra e con ciò si dovrebbe dire che, piuttosto che vedere il mobile, egli vede l’incontro che egli stesso ha col mobile e il mobile con lui. È una visione eminentemente partecipativa e partecipata, esperienziale, coinvolta e di coinvolgimento. Il bambino è sempre dentro ciò che vede, è sé-compreso, il che, svolto cinematograficamente, non può non far considerare il cinema come un apparato o un dispositivo visivo immediatamente ed eminentemente coinvolto nella vita, nella realtà attuale. Certo, sembrerà una banalità, e in fondo è semplice constatare come la mdp, in ultima istanza, si trovi sempre sullo stesso piano d’immanenza di ciò che il suo obiettivo coglie, ma è altrettanto legittimo affermare che non è tanto la macchina da presa a trovarsi su questo piano quanto, piuttosto, la visione stessa che egli ha del ripreso: non si forma un che di trascendente, e anzi la mdp è coinvolta, affettata e via dicendo da ciò che riprende. Così come lo è l’infante. Un infante che - abbiamo detto - incontra il proprio sguardo e, con ciò, pone in essere uno sguardo autofondativo. Che significa, dunque, riprendere un bambino, ritornare all’infanzia attraverso il cinema? Fondamentalmente, non si tratta altro che autofondare il gesto cinematografico, che è quello dell’immanenza, dello sguardo. E da qui consegue l’importanza che questo lavoro ha nell’economia della filmografia brakhagiana. Brakhage, infatti, aveva fatto ritorno all’uomo prima dell’uomo con Dog Star Man (USA, 1961-1964, 74'), e ciò aveva significato travalicare la modernità per giungere a un tempo puro che potremmo definire temporalità, Aion e non Chronos. Ecco, se la modernità nasce con Cartesio nel momento in cui è lui stesso a porre in atto un gesto autofondativo, Brakhage supera la soglia e si ritrova in una temporalità infondata, cioè non fondata sull’infondatezza ma semplicemente infondata, tra virgolette aerea. È legittimo questo gesto? Sì, ma perché è un gesto cinematografico, e Scenes from under childhood ci mostra appunto come il cinema possa giungervi, a questo tempo, possa porre questo gesto. Perché, se è ovvio che non si può tornare all’infanzia, è comunque legittimo pensare che all’infanzia si possa tendere umanamente e giungere cinematograficamente (oltre che filosoficamente), ed è questa - noi crediamo - la grande lezione brakhagiana: non tanto tornare a un’origine ma pervenire, arrivare a quell’origine, «due passi avanti e uno indietro», e arrivare a quell’origine tramite una legittimazione del gesto, poiché non è tanto il gesto che porta al primordiale ma la legittimazione di questo stesso gesto.


* Si fa qui riferimento alla prima sezione del film.

7 commenti:

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    1. Prova a scrivere senza offendere la mia ragazza e forse leggeremo quello che scrivi.

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  3. Ometti del risentimento! L'essere confutati conduce ad una maggiore comprensione di ciò che si è scritto e dei testi che non si sono compresi. Insomma, un accrescimento di potenza, e invece che fate? Cancellate ciò che ho scritto. Davvero poco spinozista! Ma lo sapete da voi. Sono certissimo che i vostri ego si rimetteranno al più presto. Un caro saluto, Jean Claude.

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    1. Non si tratta di risentimento, si tratta del semplice fatto che per parlare di certo cinema e di certi filosofi si dovrebbe quantomeno, primariamente, portare rispetto alle persone, altrimenti i discorsi diventano aleatori (e poco spinozisti). Buona vita.

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  4. Era una battuta sull’oggettiva difficoltà delle femmine a costituire argomentazioni filosofiche. Per rendere meno pedanti le successive confutazioni; non ho offeso la tua fidanzata, su! Questa affermazione è ridicola prima che pretestuosa. Tra l’altro, cliccando il tuo nick sono finito su un canale you tube. Ho letto un paio di tuoi (?) commenti misogini che farebbero impallidire Otto Weininger! Invece, per ciò che concerne il rispetto: hai “mandando” più gente al Ser.t tu dell’eroina, suvvia! Le contraddizioni non mi fanno problema, però evita di tediarmi su queste facezie. State bene, mi raccomando, tu e la fidanzata.

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    1. Le contraddizioni vanno tenute aperte, non è questo il punto. Il punto è: se vuoi parlare con me, non offendere la mia ragazza, punto.

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