(Agiografie #1: Stan Brakhage) The mammals of Victoria



«Un'arte puramente onomatopeica» 
(Stan Brakhage, Metafore della visione)

The mammals of Victoria (USA, 1994, 34') è, pistola alla tempia (e almeno secondo la nostra modesta opinione), il lavoro più raffinato e importante dell'intera filmografia brakhagiana: questo e, naturalmente, Unconscious London Strata (USA, 1981, 22'), e c'è indubbiamente affinità tra le due opere, quasi Brakhage avesse voluto tornare indietro, col film del '94, per enfatizzare il passaggio che, una volta varcato, dischiude a quel capolavoro massimo che è Unconscious London Strata; se in quest'ultimo, infatti, si sprigiona l'essenza molecolare e sostanzialmente impersonale o, meglio, pre-individuale delle intensità pure, in The mammals of Victoria l'intensità non è data puramente ma vi si arriva, ci si giunge, e ci si giunge attraverso un naturalismo che non è mai stato così estremo e ammaliante. È il naturalismo che scaturisce dalla semplice osservazione acquatica, ed è l'acqua, in ultima istanza, ad aprire a quell'universo eminentemente intensivo che era stato visualizzato dai vari texture luminosi e lucenti di Unconscious London Strata, sicché non è un caso che Brakhage scelga l'acqua, anzi, più precisamente, la superficie acquatica come impronta preminente di questo cortometraggio, poiché è essa a concretizzare l'idea di una superficie comunque differita, transeunte, che non appena viene vista a pelo rivela subito la profondità da cui scaturisce e che pure differisce differenziandosi da essa; d'altrocanto, l'acqua dà più d'ogni altro materiale l'idea di un che di non pienamente afferrabile materialmente, quindi di qualcosa che rinvia a una dimensione che sia altra e che si apra comunque anche agli enti materiali, coi quali tra virgolette confine, condivide una soglia - e la soglia è proprio ciò che a cui Brakhage punta e a cui infine perviene, quella soglia si materializza sulla e nella superficie acquatica, la quale, per l'appunto, è data da un insieme molecolare d'intensità. Certo, tutto è in fondo dato da un insieme molecolare d'intensità, ma a volte le cose si presentano in maniera così sfacciatamente molare che è difficile fenderle per far proliferare le intensità, e allora l'acqua diventa un elemento d'importanza cardinale per poter afferrare questo semplice fatto, e cioè l'intensità di cui ogni oggetto, ogni persona, ogni ente non è che il residuale, il resto decentrato. A questo proposito, è utile ricordare quanto lo stesso Brakhage ebbe a scrivere nella sua magnifica opera letteraria, Metafore della visione; qui, infatti, il regista parlava di un certo «regno della magia», e si dovrebbe credere - noi riteniamo - che questo regno magico altro non sia che quell'abisso nel quale pullulano e proliferano le intensità, le quali, in quanto profondità, non possono che darsi come effetti di superficie. Ed ecco, allora, che l'acqua - ma così come la morte, a proposito della quale si veda il trittico Sirius remembered (USA, 1959, 12'), The dead (USA, 1960, 11') e Mothlight (USA, 1963, 4') - diventa un rinvio al regno della magia, ma l'acqua per dire la natura tutta, non un semplice e mitico principio vivente: l'uomo stesso, come mostra Brakhage, s'immerge nell'acqua, vive nella natura, ma vivere nella natura significa vivere la natura, compartecipare come soggetto decentrato di una proliferazione d'intensità che altro non è se non la nostra più intima e pura essenza, essenza che è la stessa dell'albero e - perché no? - dell'oggetto tecnico. Dopo aver mostrato all'uomo l'uomo prima dell'uomo in Dog Star Man (USA, 1961-1964, 74') e dopo aver visualizzato quel regno d'intensità primigenio e primordiale cui comunque apparteniamo e da cui ci siamo decentrati in Unconscious London Strata, Brakhage, in The mammals of Victoria, riporta l'uomo, quale soggetto demistificato del proprio assoggettamento, quindi pura soggettività, a ciò che ha già in sé, che gli è già presente, nonostante la sua ignoranza a riguardo, e cioè, appunto, a quel «regno della magia» che sta a fondamento di tutto, nel quale il tutto si confonde e che, in fin dei conti, è il tutto, poiché tutto è in esso - unica realtà.

2 commenti:

  1. Yorick è la seconda volta che scrivo nei commenti e purtroppo ancora per qualcosa non attinente al testo di sopra.
    Confido nella tua pazienza , anche perché non credo ci sia uno spazio dove farti delle domande.
    Venendo al punto cosa ne pensi della grande bellezza? E dei film di Tarantino? Ti faccio questa domanda perché ho sentito in un video che diciamo non ti fa proprio impazzire e visto che condivido questa cosa volevo sentirla dal tuo punto di vista.

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    1. Di Tarantino ne scrissi qua, e i motivi sono rimasti più o meno gli stessi, semmai se ne sono aggiunti altri, riassumibili nel fatto che non m'interessa davvero più e per niente quel cinema lì (con gente che parla, una storia e via dicendo): http://emergeredelpossibile.blogspot.it/2013/10/inutile-dire-che-pulp-fiction-sia-un.html.
      LGB, oltre ai motivi che, appunto, mi fanno disprezzare certo cinema, lo trovo un film politicamente inaccettabile (questa grande monumentalità romana che si contrappone a un presente idiota etc.), oltre che privo di cinema (di fatto, LGB è un'operazione commerciale realizzata coll'unico scopo di non abolire i tax credit, per questo è stato fatto ed è stato così pompato sino a giungere a Cannes e a vincere gli Oscar). Con LGB, che seppellisce Fellini in una maniera a dir poco barbara, muore buona parte del cinema italiano.

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