(Agiografie #1: Stan Brakhage) Fotogrammi #32: 23rd Psalm branch


«Pare, nelle intenzioni di Brakhage, che lo stimolo immediato per un tale progetto, incubo ed esorcismo della guerra, nascesse dal veder riversato nella propria casa, solitaria e tranquilla, attraverso la televisione, un ininterrotto fiume di orrori bellici che continuava e si riproduceva attraverso tutti i programmi, dalle trasmissioni vere e proprie agli annunci commerciali. Il film prende l'avvio da alberi e grigie valli come un'allucinazione durante un viaggio in macchina ed esplode in un implacabile fuoco pirotecnico di distruzione e morte, che utilizza materiale di repertorio per creare un sanguinario scatenamento di follia distruttiva. A questo materiale documentario cui Brakhage ha impresso un ritmo convulso e angoscioso, si alternano talvolta inquadrature di colori uniformi, rosa, rosso, blu, giallo, ecc., la cui piena convincente utilizzazione espressiva avverrà chiaramente in Scenes from under childhood. Qui essi sembrano assolvere la funzione di condensare in accordi tonali astratti le emozioni suscitate dall'argomento e dalle immagini utilizzate e costruite da Brakhage e anche, forse, esprimono il tentativo di creare brevi anse di pace in cui riprendere respiro e come sublimare la concreta e sporca messe di sangue e rottami che implacabilmente si succede sullo schermo attraverso le riprese documentaristiche. A questa prima parte che si chiude con un carosello di vittorie fasulle, di sinistri trionfi di dittatori, in un parossismo di pessimismo per il destino dei popoli, ne segue una seconda che inizia con l'intimo quotidiano calore della concreta, ironica presenza di Kubelka a Vienna, città come Berlino e in fondo l'Europa tutta strettamente associata nella mente di Brakhage alla guerra, e nella fattispecie con la seconda guerra mondiale dell'infanzia del film-maker, da lui vissuta attraverso gli echi di notizie radio e attualità cinematografiche. All'ordine, stabilità e buone abitudini di Kubelka, che dà ai fotogrammi un insolito equilibrio, seguono le delirante e profondamente inquiete soggettive della Vienna di Brakhage, col timido ma intenso omaggio alla casa di Freud e la suspense di Berlino Est, terra desolata per l'impreparato e politicamente così ingenuo Brakhage, come tanti americani condizionati dai media senza saperlo. La casa del Song è un felice e desiderato ritorno al riparo delle pareti domestiche, ai giochi dei bambini che inconsapevolmente ripetono nei loro giochi senza violenza il meccanismo e il rituale della guerra agitando innocue fatandole: nello sprizzare delle loro scintille, esse riaccendono nella mente, istantaneamente, gli orrori e l'assurda distruttività che domina e impronta di sé tutta la prima parte del Song.» (Alfredo Leonardi, Occhio mio dio. Il new american cinema)

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