(Agiografie #1: Stan Brakhage) The domain of the moment


«Vi è un incanto immediato per qualsiasi occhio e orecchio impreparato in ogni opera d'arte.» 
(Stan Brakhage, Metafore della visione)

Quattro scene, un uomo che riprende e il suo mostrarci come possiamo noi, in soli quattordici minuti, perderci nel mondo animale, non tanto per capire il loro punto di vista ma per vivere insieme a loro. In fin dei conti siamo costantemente circondati da animali, piccoli o grandi che siano, e viviamo quindi affianco a loro in una quotidianità che ha poco di animale (anche in fattoria, per esempio, d’altronde della fatica per lavorare otto ore al giorno, per esempio, non ce ne è traccia, nemmeno per questioni riguardanti cibo/sopravvivenza, ecc.), ma che tuttavia ce ne ha molto, solo va ricordata. Ma non è certo un cortometraggio inteso in un’ottica di polemica sulla nostra pretesa di allontanamento dal regno animale, piuttosto The domain of the moment (USA, 1977, 15’) è traslato su un piano che si mostra come assente da qualsiasi divisione, dove l’animale stesso sembra non essere sempre uguale a sé stesso ma in un continuo procedere che è proprio di ogni vita. Ma non solo l’uomo si contamina con l’animale e quindi, oltre alla mano che fa scendere il pulcino o alle figure umane che si mostrano a volte distinte a volte no, oltre all’attaccamento all’animale della macchina da presa, anche gli animali stessi tra loro si confondono, ed esplicativa è la scena del procione e del cane che fanno il loro primo incontro al confine della casa. Una casa costruita dagli uomini che diventa metafora dell’uomo stesso, ricca di confini che, come in questo caso la finestra, portano i due animali a confondersi e ad immergersi in un saluto amichevole, a cui l’uomo partecipa non più come uomo, riprendendo la forse azzardata metafora, ma è diventato infatti altro, un altro non definito, nel senso che rimane sempre tra la soglia e per questo vive come all’infinito. Ma come attuare tutto ciò? Con il cinema, per esempio. Ecco allora che a farci entrare in un processo di avvicinamento con l’animale, a mostrarci, ancora una volta, una possibilità di vivere autenticamente, che necessariamente verrà traslata nella nostra vita quotidiana, perché cinema e vita si confondono inesorabilmente, e Brakhage ce lo mostra, è ancora un film, e allora si potrebbe azzardare di nuovo che quel «domain of the moment» non riporta necessariamente a una capacità intrinseca all’animale, o meglio sì, ma non solo, perché diventa una capacità della macchina da presa: esperire la possibilità di avvicinarsi a, collocandosi in un «ora» mai fine a se stesso ma in divenire. 

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