(Agiografie #1: Stan Brakhage) Deus ex




«Se si mantiene un equilibrio fra ciò che si vede e ciò che è mostrato, 
l'esperienza visuale può divenire la più ricca che si possa immaginare.»
(Stan Brakhage, Metafore della visione)

Direttamente collegato a The act of seeing with one’s own eyes (USA, 1971, 32'), Deus ex (USA, 1971, 33') è forse uno dei lavori più indecifrabili e impenetrabili di Stan Brakhage, e con ciò intendiamo dire che è senz’altro uno dei più riuscito appunto perché più direttamente e facilmente fruibili, esperienziabili. Di cosa si ha esperienza? Di fatto, della morte. Ma una morte che è come sottratta all’immaginario concettuale tipico dell’occidente per vedersi proliferare in tutta la sua originalità e virtualità, che è quella propria di un avvenimento della vita, dell’esistenza intesa come composizione di attualità e virtualità. Per certi versi, infatti, la morte apre al virtuale della vita, e ciò l’avevamo già visto a proposito di Dog Star Man (USA, 1961-1964, 74') ma ora le cose cambiamo almeno un po’. Se, infatti, con Sirius remembered (USA, 1959, 12'), The dead (USA, 1960, 11') e Mothlight (USA, 1963, 4') Brakhage aveva trascorso cinematograficamente avvenimenti della vita che l’avevano fatto scontrare con la morte, ora si potrebbe dire che il cineasta statunitense è abbastanza pronto per farsi portatore di una morte pura, cioè della morte in quanto tale, che è la morte di tutti, il dischiudersi di quella virtualità che certa teologia ha attualizzato in un’altra vita ma che, in fondo, non ha nulla a che fare con un’alterità rispetto alla vita attuale se non, appunto, come ciò che è ora spoglia dell’elemento attuale, come vita espressamente virtuale, non più attuale. Bene, cosa mostra dunque Deus ex? È difficile dirlo, ma si ha la sensazione che più che imporre un’immagine Deus ex ponga relazioni tra immagini, relazioni che, essendo esterne alle immagini singolarmente prese, sono di per sé una terza immagine, e quest’immagine è Deus ex: non più un reparto di oncologia e uno di maternità ma un reparto di maternità-oncologia, non più il morire e il fiorire di un fiore ma il morire-fiorire. Tutto è in perpetuo divenire, ma divenendo non si diventa altro rispetto a ciò che si era bensì si diventa altro con ciò che si era. Non si tratta, quindi, di una certa di immaginare, cioè di porre l’immagine di, una vita eminentemente virtuale, bensì di considerare quest’ultima come già qui - una morte in atto nel corso di tutta la vita, e in atto in quanto virtualità di questa stessa vita. Ciò, naturalmente, è possibile grazie al cinema, poiché è il cinema, in ultima istanza, a cogliere la morte dell’essere vivente, dell’essere che sta vivendo, il che gli è possibile nel momento in cui la sua natura è fondamentalmente virtuale, è il virtuale: la mdp, collocata sullo stesso piano d’immanenza dell’oggetto ripreso, pone un’immagine cinematografica che, in quanto virtuale, non può che comporsi della virtualità dell’attualità, cioè del lato virtuale della vita, che - come abbiamo detto - dischiude la morte. Deus ex. Il cinema implica dunque la morte? Sì. E in effetti avevano ragione quegli indigeni che credevano che colla fotografia si rubasse l’anima, ma non per ucciderla, per privare qualcuno della vita o per privare la vita stessa di qualcosa: il cinema è la morte, ma perché il cinema dischiude a un universo virtuale che è la vita nella sua più pura purità, e cioè il virtuale. Nel virtuale, vita e morte si trovano così indistinte, e questa indistinzione è ciò che si definisce cinema.


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