(Agiografie #1: Stan Brakhage) Burial Path




«Un caos di scuse (senza scuse).»
(Stan Brakhage, Metafore della visione)

La prassi usata per un uomo a noi vicino che muore* consiste in una prima fase di raccoglimento intorno al defunto e, successivamente, in un allontanamento dal corpo che avviene relegandolo in qualche asettico cimitero di cemento, spesso alla periferia della città. Quando un animale a noi vicino, di così piccole dimensioni come può essere un uccello, muore, avviene una prima fase di raccoglimento e, successivamente, lo si seppellisce sotto terra. Ora, le due cose - ci pare evidente - non sono affatto simili: questo uccellino ha avuto un trattamento particolare, la sua vita non finisce perché si trasformerà in qualcos’altro, come anche l’uomo del resto, ma all’animale è concessa un’attenzione che ormai per noi è andata perduta, ovvero gli si riconosce il suo essere parte integrante della natura e non lo si circoscrive limitandolo in una qualche tomba fatta di un materiale che non si decompone neanche dopo vent’anni, come per trattenere il morto e dargli una potenziale infinità che, però, lo sottrae all'infinità immanente della natura; quest'ultima è invece parte integrante del cortometraggio di Brakhage che, con il suo Burial Path (Usa, 1978, 8’), riesce, in un processo di raccoglimento e distacco dall’uccellino, di cui ci affezioniamo, a farci esperire. E se la chiusura sulla sera ci fa vivere l’angoscia della morte, il continuo ritorno dai vivi (i bambini, la casa, la luce indistinta finale...) ai morti (l’uccellino), e dai morti ai vivi, ci culla in una visione del mondo che, anziché essere cupa - come potrebbe invece far sperimentare l’argomento in sé – è essenzialmente armonica, poiché, in fondo, non c’è altro che un nostro avvicinarci alla morte con il tempo che passa e un nostro allontanarci da essa, per esempio attraverso il Cinema. Il cortometraggio non può quindi rattristarci né sconsolarci e questo avviene senza sviluppare pensieri razionali - ché poi tanto tutti abbiamo una paura folle di morire - ma semplicemente perché con questa piccola perla Brakhage esprime la caratteristica prima dell’evento Morte, ovvero la sua naturalezza e, tramite la sensibilità data alla sepoltura, ci fa rivivere questo aspetto tanto dimenticato. Ma tutto ciò ancora non basta: ecco, allora, che verso la fine Brakhage compie pure un’opera di purificazione tramite il fuoco (e come non pensare per un attimo mentre scriviamo al Dead Body Welcome (India, 2013, 80') di Brienen), che dischiude dimensione di pace nella quale il Cinema può farci ammettere.


* A proposito della morte nella filmografia brakhagiana, v. il trittico di fotogrammi a proposito di  Sirius remembered (USA, 1959, 12'), The dead (USA, 1960, 11') e Mothlight (USA, 1963, 4').

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