The sound of insects: Record of a mummy


Spesso - e altrettanto spesso in maniera del tutto deprecabile - il cinema si è affidato alla letteratura, carpendo da essa delle trame, dei soggetti o anche soltanto dei temi da sviluppare poi più o meno narrativamente; ciò è probabilmente dovuto al fatto che, se comunque è vero che tra le arti c'è sempre un'interazione, un continuo e reciproco compenetrarsi, il cinema ha sempre sofferto, nei confronti della letteratura, un supposto legame di parentela... o meglio non sempre, agli inizi non era così, il cinema delle origini, come giustamente sottolinea Noël Burch*, era anzi molto più libero, almeno espressivamente, e per quanto il campo unico e la macchina fissa limitassero di molto questa strenua libertà c'era lo stesso un percepire cinematografico che era immanente alle pellicole. Poi questa cosa si è rotta, Hollywood ha avuto il sopravvento e s'è sviluppata una prassi che di cinematografico ha ben poco, peraltro stemperato in un amalgama letterario che pretende che il film sia il fluire di una letterarietà di fondo incontestabile. Il film di Peter Liechti, The sound of insects: Record of a mummy (Svizzera, 2009, 88'), non fa eccezione, pur scaturendo da un evento letterario, che è il libro di Shimada Masahiko, appare in tutta la essenza cinematografica tale da scardinare pressoché totalmente la natura narrativa, data da una serie di fattori, come per esempio la contiguità e via dicendo, del testo. Cosa cambia, dunque, rispetto agli altri film? Di fatto, che la pellicola di Liechti non prende le mosse da un libro bensì da un evento, che solamente poi è stato trasposto in forma letteraria. L'evento è il ritrovamento di un corpo mummificato di un uomo di quarant'anni morto suicida e, di fatto, The sound of insects: Record of a mummy, come suggerisce il titolo, altro non è che la registrazione delle intensità che quell'evento emana. Il cinema, infatti, come abbiamo più volte visto**, è dispositivo di registrazione, sicché ciò che può essere registrato di un evento trascorso sono indubbiamente le intensità che nel virtuale permangono di quell'evento, naturalizzandolo, appunto, come evento; la cosa stupefacente, ciononostante, è che è proprio attraverso questa registrazione che il cinema riesce ad approfondire l'evento, ricollegando la sua virtualità all'attualità trascorsa del suicidio e della vita propria dell'uomo: non si può ricordare ciò che non ha lasciato tracce nell'attuale, ma la capacità del cinema è appunto quella di riuscire a cogliere il virtuale e, conseguentemente, di poterlo instaurare in un'attualità che, per quanto ipotetica, non gode di uno statuto ontologico per questo meno forte. E così Liechti utilizza spesso un velo, che para di fronte alla mdp, per registrare la natura in cui il corpo è stato ritrovato, ma ciò non è per nulla un fatto estetico o un escamotage atto a restituire l'idea di una morte, anzi è proprio quella morte che rimane immanente alla vita stessa, lo sguardo del morto proiettato sulla natura grondante vitalità tutt'attorno; in questo senso, la registrazione del suono degli insetti altro non è che la registrazione di ciò che quel corpo, ormai fagocitato dalla terra, dunque corpo solo virtuale, può sentire, frammentato com'è nei microscopici corpi degli insetti. Non si tratta necessariamente di un reverse. Liechti non fa resuscitare l'uomo. Ma il cinema può cogliere la morte nella vita e la vita nella morte. Così, l'operazione di Liechti, maestosa e sorprendente nella sua fragilità, riesce nel momento in cui trasla la virtualità dell'evento nell'attualità del reale, attraverso, appunto, il velo, il suono degli insetti e via dicendo, ricordandoci così che, nonostante il corpo muoia, rimane sempre un eco, una vibrazione, un'intensità di quel corpo.


* cfr. Il lucernario dell'infinito.

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