Take it apart and put together again


Take it apart and put together again (Svezia, 2015, 15'), ovvero cosa farsene dei rivoluzionari una volta che la rivoluzione è finita? In effetti, il rivoluzionario senza rivoluzione è cieco, così come la rivoluzione senza rivoluzionari è vuota, dunque che fare? Il compagno Lenin risponderebbe: «Liquidare il terzo periodo!». Già, ma qual è questo terzo periodo? Vediamo subito che Take it apart and put together again è un film sulla stasi fotografica, quindi in un certo senso sulla morte, sul passato, ma il passato è dato, ha una sua propria necessità, quindi, più profondamente, si dovrebbe dire che il cortometraggio della Magnusson sia di fatto un film sulla necessità del passato, necessità che, in quanto tale, predetermina ciò che è futuro rispetto al passato, ovverosia il presente. Ecco, il presente è il terzo periodo. Un periodo che il cinema identifica con un cinema bercio e marcio, vecchio e scassato come la borghesia di cui cantava Vecchioni e che è fagogitata/spettatrice di/da questo cinema. Un cinema reazionario, e reazionario perché appunto vuoto: c'è un'azione nel cinema imperante, ma quest'azione non ha agenti, solo pazienti, che sono gli spettatori stessi. Una rivoluzione senza rivoluzionari. Take it apart and put together again, che pure riprende i motivi che resero grande il capolavoro di Hopper, Easy rider (USA, 1969, 94'), collauda questi ultimi di modo che non appaiano come appaiono in Easy rider, e sarà il fatto che ormai quei motivi sono trascorsi, ma, in fin dei conti, è il collaudo che conta, e la Magnusson monta fotografie, fa un film fotografico, quindi, appunto, senza azione. Certo, il montaggio determina un passaggio da una variazione all'altra e la post-produzione aggiunge saturazioni che, in addizione al montaggio, fanno emergere un'azione, ma in questo caso è un'azione additiva, che è addirittura prima dell'immagine-movimento e credo vada identificata con un'immagine in movimento. Ora, l'immagine è il passato, in tutta la sua necessità (ci sono i motociclisti, il Flower Power e annessi e connessi), ma il movimento rende contingente questa necessità, quasi si fosse in una di quelle variazioni della Rosselli in cui l'imperfetto fa parte di una subordinata ipotetica; anche in questo caso, infatti, non si tratta di togliere necessità al passato, ma di proiettare su di esso una luce che lo illumini e lo recuperi, così come, appunto, la Rosselli recuperava il passato masticandolo come tempo vissuto e non oggettivato né oggettivabile di minkowskiana memoria. Questa luce potrebbe benissimo essere il presente, ma il punto è che la luce non esaurisce la fotografia: la fotografia (passato) viene illuminata (presente), ma l'illuminazione della fotografia è volta in avanti. Essa è il futuro ed è il cinema, come splendidamente le sequenze più materiche e materiali, in cui manca la foto e tutto ciò che è mostrato è la pellicola cinematografica, sostrato materiale di un futuro anteriore. - cinema del futuro e futuro del cinema perché al di là dell'inizio e della fine, principio del principio, non immagine-movimento ma immagine in movimento, non immagine-tempo ma immagine del tempo (andato).

Nessun commento:

Posta un commento