Sleeping district


Secondo il marxismo, la struttura determina la sovrastruttura, la quale, a sua volta, può determinare la struttura: c'è un continuo compenetrarsi delle due dimensioni, ma è un compenetrarsi che ha però necessariamente un inizio materico e materiale, quindi strutturale anziché sovrastrutturale. Il cortometraggio di Tinne Zenner, Sleeping district (Danimarca, 2014, 11'), accetta sin da subito questa dinamica, ma l'accetta a seguito di un paradosso che è in un certo senso la schizofrenizza; il distretto del sonno, infatti, rimanda a una dimensione fondamentalmente inconsistente, se non addirittura, per essere freudiani, inconscia: non si tratta di una realtà diversa, più falsa o semplicemente differente, poiché il piano d'immanenza è unico e univoco, dunque si dovrebbe più propriamente fare riferimento, piuttosto che a una realtà altra, a un'altra dimensione, appunto un'altra consistenza della realtà. Ora, questa consistenza è quella inconsistente dell'onirico, del sonno, e per quanto questo sia effettivamente determinato da un aspetto materiale (biologico), esso non gode di una dipendenza piena, anzi ponendosi si apre ed apre a una dimensione che gode, se non di un'esistenza, quantomeno di una sussistenza e di un'insistenza che gli sono proprie: certo, il sonno è materialmente determinato, ma l'onirico, determinato dalla sovrastruttura del sonno, è eminentemente disancorato dalle determinazioni, specie da quella che lo rinvierebbe a ciò che determina il sonno. Detto questo, l'intero cortometraggio della Zenner tenta una visione, una cartografia di un distretto che, sì, è sovietico ma anche onirico, è attualmente sovietico ma virtualmente onirico, quasi fosse visto in trasparenza di un sogno; in questo senso, la macchina da presa assume su di sé la consistenza del sonno e il film diviene immediatamente un sogno, col quale condivide le virtualità che indifferenziano film e sogno, unendoli in un quella visione onirica che offre. Onirica, certo, ma non per questo immateriale, meno reale: e il punto è proprio questo. La Zenner si dimostra profondamente marxista nel momento stesso in cui scopre una sorta di marxismo onirico che, di conseguenza, è lo stesso del cinematografo, della macchina da presa; questo marxismo onirico è infatti ciò che le permette di penetrare in quelle strutture così spersonalizzanti che l'Unione Sovietica ha costruito e scoprire, all'interno di esse, l'esistenza di campi di possibilità altrimenti impossibili da cogliere. La via materialistica non lascia il posto a quella onirica: l'onirico è intrinsecamente compenetrato di materialismo e, viceversa, il materialismo è intrinsecamente compenetrato di onirismo, ed è questa congiuntura a portare l'immagine della Zenner a profondità impensabili, cui un materialismo, un'oggettività pura e semplice non potrebbe raggiungere. E non è una finzione. Dentro quei palazzoni così tirannici e tirannicamente spersonalizzanti vivevano delle persone, e questa loro vita è lì raccolta negli arredi degli appartamenti che costituiscono i palazzoni: la vita era possibile... ora, però, di quella vita non rimane altro che questa possibilità, che condizione stessa della vita. Un'amara riflessione sul comunismo sovietico? Forse, ma anche no. Il fatto è che la vita si è disgregata dopo, e comunque questo non ha importanza. Ciò che importa e che fa risplendere il cortometraggio della Zenner di una luce abbagliante e bellissima è appunto la possibilità infine trovata, un campo di tracce che, sebbene si sia dimenticato a cosa esse rimandino, permangono come tracce - e la sensibilità e l'incredibile fiducia risposta dalla Zenner nel cinematografo, che appunto scopre questo campo, lascia afasici.

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