Skagadjördur



Ha gran poco senso parlare di film, come al solito d'altronde, e allora parliamo di quello che ci ha fatto provare, dei pensieri che ci ha scatenato, cercando di fare anche un discorso in generale sul cinema, costruendo piccoli tasselli ogni volta. Ora, il punto è visionare il film non pre-costruendosi un discorso prima, e guardando questo film, per esempio, mi era sorto spontaneo un collegamento con Three Landscape (USA, 2013, 47'), e in particolare quella grande scena in cui i lavoratori del grano si confondono con il cielo, e di collegarlo a Skagadjördur essenzialmente perché Skagadjördur (USA, 2004, 33') è un insieme di riprese in Islanda, in cui continuiamo a esperire un collegamento che va dall'alto verso il basso, dalla montagna all'oceano, per poi risalire, e poi mischiarsi, come se Hutton ci volesse mostrasse come in fin dei conti si compenetri tutto, in quanto è tutto su uno stesso piano. Si potrebbe poi discutere sull'uso dei colori, che ogni tanto si mostrano ma che in realtà non aggiungono, stranamente, nulla in più, perché sinceramente il tutto ha una forza così straordinaria che non ci abbagliano. Comunque non vedo davvero perché a qualcuno possa interessare, ché tanto se vede Skagadjördur esperisce tutt'altro. Ma qui davvero la questione si complica e scatena tutta la mia sfiducia, non nel cinema, ma nell'utilità di tutto questo, quando vedo che interessano di più conversazioni tra personaggi perché si spera che l'uno, famoso per avere la risposta pronta, ci faccia la scenetta per farci ridere e, nel caso non lo faccia, ci si lamenti che non si vada da nessuna parte col discorso... ma non ho mica intenzione di lamentarmi delle persone, anche perché alla fine è la solita sfiducia di chi pensa – tutti – di avere il pensiero migliore. Non so neanche quanto sia meglio la nostra versione del banchiere anarchico, nel senso che, ammesso che ci stia bene non educare nessuno, e voler liberarsi delle finzioni sociali, in solitudine, si rischia davvero di essere solo un individuo che poi sta con gli altri, in seconda istanza. Ma il punto sono proprio tutte queste contraddizioni. Io contino a vedere Hutton, io continuo ad avere – poche – relazioni, io continuo a scrivere, non tanto per voi, ma per esternare e distanziarmi da un pensiero, per creare almeno una duplicità: io contino a scegliere il cinema, come lo sceglie Hutton. Presuntuosamente ho creato una similitudine ma proprio perché, in primo luogo, il mezzo cinematografico me lo permette, mi permette un'unione prolifera con l'opera, e in secondo luogo – per tornare al film specifico – stiamo parlando proprio di Skagadjördur, nome che indica un buco di posto in cui probabilmente ci sono più pecore che uomini, un luogo davvero sperduto, in cui non ci interessa tanto trovare un collegamento con la natura e chi non può usa l'omeopatia, ma piuttosto è un posto in cui davvero ti chiedi cosa puoi fare. Perché noi continuiamo, non tanto in un atto di resistenza per resistere a tutti i costi, così come Hutton non ha scelto il paesaggio di Skagadjördur perché è mozzafiato, il che sarebbe una spiegazione tautologica, ma – ed è davvero difficile da spiegare – noi continuiamo in una specie di spinta alla vita e alla morte, e il cinema nasce e muore, continuamente, e non so davvero il perché, ma non come inconsapevole – almeno non del tutto – bensì come groviglio che si prepara alla disfatta e intanto ha trentatré minuti di lucidità.

8 commenti:

  1. Belle riflessioni, complimenti.

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  2. Ciao, questo lavoro è reperibile in rete?
    Grazie

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    1. e come posso fare per vederlo?

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    2. Scrivimi qui: talkinmeat@gmail.com

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    3. ti è arrivata la mail?

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    4. Ciao, sì, scusa, ti ho risposto ieri e ti sto ri-rispondendo oggi.

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