Simulacri #13: Walden: Diaries, notes, and sketches


C'è davvero poco da dire riguardo il primo capolavoro di Mekas, Walden: Diaries, notes, and sketches (USA, 1969, 180'). Del resto, cosa può la parola di fronte a un'immagine così posta, così satura di se stessa e contemporaneamente un po' vacua, così fiera e assieme fragile, in cerca di sostegno: è l'immagine di Mekas, quel Mekas fiero e fragile, consapevole che il cinema avanguardista degli States, in quegli anni, avrebbe davvero portato a un'era di luce dopo un'epoca di buio e di orrore, ed in effetti è lo stesso Mekas che si riversa sull'immagine, la quale, allora, sciogliendo tutto il proprio ideologismo, assume i connotati francescani e buddisti, pre-marxisti e poetici di un lituano scampato alla guerra ma, comunque, spezzato da essa, e che cerca ora di ritrovarsi in un paese il cui capitalismo ha reso tellurico un sottosuolo da cui emerge un grido silenzioso, com'era quello della Beat Generation: la macchina di Mekas è come se raccogliesse situazioni più che registrarle, perché la registrazione richiede comunque un grado d'attenzione = 1, mentre invece, qui, si ha a che fare con una quotidianità disarmante, la cui ripresa annulla la coscienza della macchina da presa e fa di essa una specie di serbatoio di occasioni, polveri, profili e movimenti che fuggono all'attenzione ma che s'instaurano, tracciano en passant la pellicola, vibrando nell'eterno; c'è effettivamente una consegna all'eternità, in Walden: Diaries, notes, and sketches, e c'è nel momento in cui non avviene una ricomposizione ma tutto aleggia - puro evento - acquisendo così una consistenza propria, che è quella del virtuale. In questo senso, Mekas è forse stato il primo, se non a scoprire, quantomeno ad avere coscienza del fatto che il cinema restituisce un virtuale dell'attuale, ed è così, insomma, che l'intera opera del lituano, che si protrarrà sino al nuovo millennio senza comunque perdere nulla dello splendore e della freschezza, dell'istantaneità e dell'onestà di questi primi lavori, diviene un circuito che cortocircuita il quotidiano; quest'ultimo, infatti, pare essere composto da una serie di rovine, ma l'animo di Mekas guarda al di là di esse e, conscio del fatto che cose come le guerre, i ghetti e via dicendo esistono perché appartengono ancora a quell'epoca dell'orrore che sarà superata (come felicemente testimonia nel corso del discorso pronunciato nel giugno del 1966 al Philadelphia College of Art lo stesso Mekas), non le virtualizza, le lascia in quell'attualità stanca di cui ormai fanno parte solo come resti residuali. Al loro posto, si apre in Walden: Diaries, notes, and sketches un'incredibile gioia del quotidiano, del vivere, che trova nel cinema la sua protesi più autentica solo finché questo quotidiano s'instaura in un'epoca dell'orrore; una volta trascorsa quest'epoca, il cinema e il quotidiano non s'affronteranno più faccia a faccia ma saranno un'unica e medesima cosa, e credo sia questo il senso dell'opera di Mekas, catturare il quotidiano per cogliere il preciso istante in cui ciò avverrà, in cui cioè cinema e quotidianità saranno indissolubilmente legati, indifferenti e indifferenziati.

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