Simulacri #12: Flaming creatures


Basterebbe guardare al nome al nome del suo padre putativo per rendersi conto dell'incredibile grandezza di Jack Smith; il regista di Flaming creatures (USA, 1963, 43'), probabilmente il miglior film porno di sempre, aveva inizialmente lavorato a stretto contatto con Ken Jacobs, che già in Blonde cobra (USA, 1963, 33'), realizzato assieme a Bob Fleischner, si avvalse dell'istrionismo attoriale di Smith, il quale farà da soggetto anche al film successivo di Jacobs, Little stabs at happiness (USA, 1960, 23'), che però, nella sua seconda parte, devierà totalmente dal fisico dell'autore per concentrarsi su visioni semplici e istantanee di cui la seguente cinematografia di Jacobs sarà attenta e scrupolosa custode. A ogni modo, Smith farà il suo apprendistato sotto le vestigia di Jacobs, ed è probabilmente da Jacobs che trae buona parte della sua sapienza filmica, riversata immediatamente in quel capolavoro che è appunto Flaming creatures, sequestrato dalla polizia di New York e causa dell'arresto di Mekas*, il quale apprezzò davvero molto il lavoro di Jack Smith a causa dell'espressione artistica ad esso immanente, un'espressione capace di rendere evidente il fatto che la licenza poetica includa tutto, spirito e carne. E di carne del resto è composto, Flaming creatures, ma è un'altra carne, una carne che vive nella e della decomposizione di una carne più comune, che è quella dell'individuo assoggettato, dell'assoggetto per dirla con Lacan; l'intero minutaggio della pellicola, infatti, manifesta la tensione di uomini e donne verso «un'unica entità variamente correlata ma intercomunicante, in una esperienza comunitaria che è così difficilmente raggiungibile nella vita di ogni giorno»**: e qui sta il porno, quel porno che è l'indicibile del sesso, l'evento che il sesso emana e che è così distaccato da esso come lo è quell'informe che si forma e si deforma dalle forme precise, singolari, autentiche di chi pratica l'atto sessuale. È come se il sesso, nel film di Jack Smith, radunasse in sé una serie di potenzialità che solo nella loro virtualizzazione, cioè nel loro disancorarsi dall'attualità dei corpi di chi propriamente fa sesso, andassero a comporre - o a decomporsi in - quell'informe che è effettivamente l'evento, il porno, al di là del sesso; questa deriva che emana dall'atto sessuale, però, non è colta da Jack Smith come una sorta di liberazione sostanziale e definitiva, anzi la virtualizzazione dell'attualità sessuale non fa che rinviare il virtuale pornografico a un'attualità differente, come se quest'ultimo fosse, sì, virtualità del sesso ma attualità di qualcos'altro. Ora, cos'è questo qualcos'altro? Lo dice bene Leonardi: è l'esperienza comunitaria, l'essere-con heideggeriano o, meglio ancora, l'essere singolare plurale di cui scriveva Nancy. In effetti, l'informe virtuale che si crea va come a determinare una superficie che esso stesso è, e questa superficie è una nuova attualità capace di sprigionare nuovi virtuali, i quali appunto non fanno che rinviare a un sentire comune e a un sentirsi in comune che non annulla le soggettività ma le fa ritrovare ognuna nell'altra, un soggetto nell'altro, in una compenetrazione biunivoca ed equivoca, infinita perché sempre differita. Quest'idea di comunità, peraltro, è stata tradotta in pratica dallo stesso Smith, che all'epoca - e prima di Warhol, anzi Warhol, in questo, si rifà a Smith - si era circondato di amici artisti fondando così una sorta di spazio virtuale nel quale l'underground potesse fiorire e, soprattutto, proliferare; la storia, poi, ha avuto la meglio, almeno in un certo senso, e ora tutto questo suonerà forse molto anacronistico, così come anacronistica sarà la percezione della pornografia insita in Flaming creatures, la cui patina di scalpore è ormai slavata, ma questo non insegna che l'idea di Smith fosse solo un ideale cui tendere, qualcosa di utopico e tanto irresistibile quanto inattuabile: tutto questo, piuttosto, non insegna altro che la storia ha preso un'altra direzione, e forse ha metabolizzato e rese innocue certe esperienze o forse no, non è questo il punto, il punto è che il nostro sentire non è più aderente a quello di Smith, e ciò non insegna altro che qualcosa è andato perduto per sempre. A nostro discapito.


* Jonas Mekas portò il film alla selezione del festival di Knokke-Le-Zoute e quando la commissione lo rifiutò Mekas - è questa la causa del processo in cui fu coinvolto - lo proiettò ininterrottamente nella sua camera d'albergo per le persone che ne fossero interessate. In quest'occasione, peraltro, pare interessante ricordare un aneddoto che lo stesso Mekas certifica in un articolo apparso sul The village voice: «Avendo parecchio tempo da perdere al Festival, mi feci una buona amica, la figlia cinquenne della Varda. Ci divertimmo molto insieme. L'ultimo giorno del Festival lo dissi alla Varda. pensavo che sarebbe stata contenta, mi accorsi al contrario che era impallidita. Per un attimo non riuscii a comprendere la ragione del timore che le leggevo in faccia. Solo lentamente si fece strada nella mia mente il sospetto che mi aveva preso per un maniaco sessuale: dopotutto mostravo sempre nella mia camera quello sporco film di travestiti» (The village voice, 16 gennaio 1964).
** Alfredo Leonardi, Occhio mio dio. Il new american cinema.

2 commenti:

  1. come sempre ero stato più sintetico:
    http://markx7.blogspot.it/2012/10/flaming-creatures-jack-smith.html

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    1. E anche più fascista, visto quel "facile", peraltro del tutto opinabile: che c'è di non facile in una pellicola simile? È l'immanenza...

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