Simulacri #11: The tempest - Poem on the sea (Le tempestaire)


Se il cinema dell'immanenza si definisce per una sorta di trasparenza che fa trapassare le attualità del reale nel virtuale cinematografico, allora dobbiamo concordare che La tempestaire (Francia, 1947, 22') di Jean Epstein è senza alcun dubbio uno degli antesignani di quest'etica cinematografica; nel film di Epstein, infatti, uno degli ultimi, si entra in contatto con una realtà fatta di dissolvenze e trasparenze che agiscono per proiezione, proiettano cioè il corpus fisico in una dimensione che, se è metafisica, lo è etimologicamente, quindi post-fisica, post-umana. L'uomo è morto? No, l'uomo muore se lo si separa dalla natura. Spinoza diceva che l'uomo non è un imperium in imperio, ma non si può non ammettere che la divergenza tra uomo e natura si sia ora come allora, poco più di cinquant'anni fa, acuita, e dunque il primo movimento compiuto da Epstein - primo e fondamentale - è appunto quello di restituire una dimensione (quella della Bretagna) che è onirica solamente per l'occhio dello spettatore che, esterno a essa, non vive in essa; in effetti, invece, quella dimensione è attuale, tant'è che sin dalle prime battute Epstein ha il suo bel da fare per realizzare, cioè rendere concreta, reale, la realtà che sta documentando. Dopodiché, tutto cambia. La tempestaire, infatti, non è un documentario (o, meglio, lo è, ma in seconda battuta e più profondamente, come vedremo) ma un film di finzione, e cosa fa la finzione? Ebbene, essa disgrega la realtà. È come se Epstein dotasse le immagini cinematografiche di un grado ontologico solo per poter poi dissipare quest'ontologia, riconducendola al fantastico. Ed è così, in effetti: dalle prime inquadrature, più marcatamente documentaristiche, a tutto lo svolgimento del racconto, si ha a che fare con un crescendo d'irrealtà che corrode l'oggettività (presunta) della Bretagna cinematografata. Parallelamente, il suono viene ri-registrato, e l'effetto così ottenuto è quello di un'irrealtà manifesta. Quest'irrealtà, però, non è tale, o, meglio, è, sì, un'irrealtà, ma lo è - di nuovo - per lo spettatore cinematografico, per l'uomo del senso comune; in realtà, infatti, l'irrealtà ricercata più che prodotta da Epstein è invero una realtà più profonda, che gorgoglia nel fondo della cose e che, come dimostrato ne Il cinema del diavolo, può essere colta esclusivamente dal cinematografo. La finzione, infatti, lungi dall'agire in maniera esclusivamente disgregante sull'ontologia del reale, coglie al di sotto dell'ontologia medesima un pullulare di intensità che rimangono possibili, e questo spazio virtuale è lo spazio del cinema, che fende l'attualità del realtà per farne proliferare i gradi intensivi, non attualizzati. In questo senso, la sfera di cristallo non è semplicemente il cinema, inteso come schermo o specchio sulla cui superficie si proiettano/riflettono delle immagini: è, più verosimilmente, questo potere poetico e poietico del cinema di fare la realtà (poiesi) e di farla seconda una declinazione della fotogenia che riconduca il cinematografo in seno a quella lirosofia (poetica) da Epstein sempre cercata, sempre agognata. È dunque un cinema dell'æssenza, quello di Epstein, capace cioè di cogliere il reale (inizio documentario) per poter poi agire su di esso (prosieguo finzionale) e recuperare così un grado zero di realtà che non implica l'assenza del reale ma l'assenza di un'attualità reale: l'assenza è presente, è lo spazio virtuale, e questo virtuale è contrapposto ad attuale, non a reale, sicché, appunto, se in effetti possiamo definire il cinema dell'æssenza sulla base di un'assenza dell'essenza, dobbiamo però rendere conto del fatto che quest'essenza è quella dell'attualità, non del reale in tutta la sua molteplicità. Il reale è anche virtuale, e se noi viviamo nell'attuale abbiamo possibilità di accedere alla dimensione virtuale di questo attuale grazie al cinematografo, che così configura l'essenza dell'assenza dell'attuale, ovverosia il virtuale. È questo cinema dell'æssenza, di cui Epstein è probabilmente il campione indiscusso, che apre al cinema dell'immanenza, e La tempestaire non può che manifestare, sebbene solo potenzialmente, il nucleo originario dell'immanenza cinematografica, che è appunto dato da quella sfera, la quale, pur sussistendo in uno spazio virtuale (è nel film), ha in sé una realtà attuale di cui riscopre il fondamento virtuale, possibile, potenziale: prima che il possibile emerga...

2 commenti:

  1. Gran pezzaccio. Se penso a tutti i coglioni che vanno fuori di testa come gli tocchi Moretti, e poi magari Epstein non sanno neanche chi sia...

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    1. Sì, vengono i brividi al solo pensiero :/

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