Reminiscences of yearning

Avevamo già parlato del talento di Rouzbeh Rashidi e ne avevamo parlato a proposito di Cremation of an ideology (Irlanda, 2012, 61'), riferendoci al quale abbiamo - o almeno così speriamo - messo in rilievo l'aspetto eminentemente cinematografico della pellicola, il che non si tratta necessariamente di parlare degli aspetti più metacinematografici di essa quanto, piuttosto, rilevare come l'elemento fondante Cremation of an ideology come oggetto filmico fosse sostanzialmente il cinema, quel cinema che Rashidi faceva lottare contro l'irrealtà del reale, contro l'ideologia che permea il reale e fa del mondo in cui viviamo il mondo capovolto di marxiana memoria. Un anno prima di quest'impresa titanica e commovente, comunque, Rashidi ha ancora a che fare col cinema nell'aspetto sopra tratteggiato, e non è un caso che in Reminiscences of yearning (Iran, 2011, 90') così come in Cremation of an ideology lo spettatore si trovi di fronte a delle presenze fantasmatiche, a veri e propri spettri, nei confronti dei quali non valgono più una serie di cose, come per sempre l'attualità e lo spazio euclideo; Reminiscences of a yearning, infatti, si muove ad un livello limbico, (de)strutturato da una spazialità prettamente odologica in cui comanda l'attesa, ma l'attesa di qualcosa, piuttosto l'attesa pura e semplice, né di una dannazione né di una salvazione: c'è una stasi, in Reminiscences of a yearning, e questa stasi è, di fatto, la stasi cinematografica, il tempo-fermo del cinema. Perché tempo fermo? Perché in effetti il cinema rimane, non si può dire che esso esista o continui a esistere. Il cinema è lo schermo cinematografico e la sua natura è quella di annullarsi per poter restituire il film in sé, di modo che per certi versi si potrebbe dire che, pur essendo lo schermo/il cinema la ratio essendi del film, è comunque il film che viene a essere la ratio conoscendi dello schermo/del cinema (e per questo Metz potrà dire che ogni film ci mostra il cinema e ne è la morte*), il che ci riporta direttamente al magnifico lungometraggio di Rashidi. Cosa accade in esso? In effetti, non accade nulla, ma non accade nulla a livello filmico; a livello cinematografico, invece, accade qualcosa e questo qualcosa accade proprio perché a livello filmico nulla accade. Che accade? Che il film viene a essere il cinema, che cioè il film, stagliandosi sullo schermo, non rimandi allo schermo ma sia a sua volta sostrato materiale per l'emergere dello schermo, quindi del cinema. È un'operazione di indubbio valore, quella di Rashidi, che di nuovo, incarnando una delle più appasionate e strenue figure del partigianesimo cinematografico, mostra tutta la sua incredibile fiducia nel cinema, al quale letteralmente sacrifica le proprie opere filmiche. La figura stessa del fantasma (cinema dell'æssenza), del resto, non può che rinviare alla virtualità disattualizzante e disincarnata, la quale, dunque, non cerca tracce ma si trova coinvolta in un sistema di tracciabilità che fa di tutto per cartografare il suo ectoplasma, estirpare il suo anorganismo** e fornire al suo corpo senza organi degli organi territorializzanti, e dunque eccola, la figura del fantasma rashidiano, coinvolta, alla fine, nelle linee della vita esposte nel palmo della mano. Che vita? Quella che evidentemente non ha mai vissuto, poiché il film non c'è stato, ma che improvvisamente si ritrova a incarnare: è schiavizzato, ora, il fantasma, schiavizzato da una vita che non ha vissuto ma che lo investe con una serie causale che da ora in avanti lo determinerà. E da qui ha inizio il film, la storia, che non ha nulla a che fare col cinema, ma qui anche termina Reminiscences of yearning, che non è un film perché è a tutti gli effetti cinema. 


* Christian Metz, Cinema e psicanalisi.
** cfr. Gilles Deleuze & Félix Guattari, Mille piani. Capitalismo e schizofrenia.

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