Niagara's fury


C'è senz'altro qualcosa di benninghiano, nel cortometraggio di Benjamin R. Taylor, Niagara's fury (Canada, 2013, 27'), ma questo qualcosa non rimane che abbozzato, a livello peraltro puramente sensibile. Certo, la sensibilità con cui Taylor s'approccia al cinema rimanda per certi versi a quella di James Benning, non fosse altro per la costruzione di alcuni tableaux, ma a ben guardare Niagara's fury porta con sé un'etica che è propria soltanto dello stesso Taylor, e non mi riferisco tanto a certe carrellate in avanti o a una musica che spesso sommerge la scena quanto, piuttosto, a un fattore che sembra quasi estrinseco rispetto l'intera opera e che, però, la muove e la produce: esso è l'elemento teleologico. C'è una teleologia in Niagara's fury? Di primo acchito si sarebbe portati a rispondere che, sì, effettivamente c'è una teleologia e che, tanto più, essa è efficace, cioè produttrice di effetti. Quali sono questi effetti? In buona sostanza, l'immagine filmica, l'immagine che Taylor pone in essere. Ed è un'immagine statica o in lento movimento, ma è naturalmente un'immagine nella quale il movimento è presente, in cui c'è vita: la staticità è solo (e neanche sempre) nel quadro, a livello d'inquadratura. All'interno del quadro, le cose si muovono, anche gli oggetti. Anzi, soprattutto gli oggetti. Questi, infatti, non si ritrovano oggettivati di per sé, ma sempre un'inquadratura di un oggetto singolare viene succeduta a un'inquadratura che orienta quest'oggetto in uno spazio che lo connota e definisce, e così è anche per la macro-inquadratura del parco divertimenti sorto vicino alle cascate del Niagara, il quale viene a sua volta posto in correlazione all'ambiente più grande in cui si trova, e cioè appunto le cascate del Niagara. La cui furia è espressa sin dal titolo. Ma il fatto che questa furia venga mostrata solo in ultimo fa come emergere un pensiero teleologico, quasi che la furia fosse determinata da quello spreco di giostre, robot colorati, luci e via dicendo che gli esseri umani hanno scioccamente insinuato in quell'ambiente. È un pensiero legittimo, ma solo in quanto pensato da esseri umani. Il Kinoglaz, dal canto suo, non pensa umanamente, e la forza del documentario di Taylor sta proprio nel porsi in maniera prettamente cinematografica, sì da far emergere un pensiero che sia intrinsecamente cinematografico. Ecco, allora, che i piano-sequenza a macchina fissa assumono un valore del tutto originale, che recupera per certi versi l'ossessività della macchina propria del cinema contemplativo: la macchina è ossessiva, inquadra spazi in cui non c'è azione perché non ha bisogno dell'azione, inquadra ciò che può essere inquadrato e tanto basta. Per il tempo in cui può essere inquadrato. La coscienza del cinematografo, per riprendere Epstein, risplende così in tutto il suo fulgore, e non c'è un teleologismo in tutto ciò. Che c'è, dunque? In fondo, non c'è altro che (un) divenire. Divenire dell'ambiente, nel quale s'insinua l'uomo, ma non l'uomo in quanto cultura o, meglio, sì, l'uomo in quanto cultura, ma questa cultura è effettivamente ambientale, non dicotomizzata rispetto la natura. Niagara's fury assume infine questo strano compimento che palesa, attraverso la coscienza del Kinoglaz, l'annullamento della dicotomia tra natura e cultura, portando così all'amara considerazione di uno stato di cose ineluttabile, di una furia che, sebbene non sia la risposta della natura alla cultura, è ciò nondimeno un fatto, e questo fatto, disancorato da ogni pensiero causale, è assurdo, certamente, ma è assurdo perché ineluttabile, al di là del pensiero meccanicistico cui c'ha formati certo positivismo: è la Natura, e noi la cogliamo, questa Natura, ma la cogliamo per mezzo del Kinoglaz, il quale si dimostra ancora una volta quale protesi dell'umano atta ricongiungerlo a quel proprio lembo da cui s'è distaccato, la Natura appunto, e in ciò esso non può non essere considerato come il complemento e il completamento dell'umanità-natualità intrinseca all'essere umano post-moderno (e nascosta ma non annullata dentro di esso).

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