Most of us don't live there


In fondo, tutto è superficiale: tutto accade sulla superficie. Di che si tratta, dunque? Non certo di sottrarre delle immagini alla memoria, né di restituirgliele, sottraendole piuttosto all'oblio, e se Valéry scriveva che il più profondo è la pelle, è forse immaginando, cioè rendendo per immagine, non soltanto gli effetti di superficie ma anche - e si direbbe pure soprattutto - la superficie stessa che è possibile effettuare quell'immagine dell'immagine che è, in ultima istanza, condizione di possibilità di ogni immagine particolare e singolare. Ecco, crediamo che sia in questo contesto che possa trovarsi situato lo splendido cortometraggio di Laura Marie Wayne, Most of us don't live there (Canada/Cuba, 2014, 26'), e anzi credo che sia a partire da queste considerazioni che l'opera della Wayne possa considerarsi una pellicola pienamente riuscita, poiché essa accade - come cercheremo di spiegare nel corso della recensione - nel momento in cui ogni immagine in esso posta è differita dall'immagine dell'immagine di cui sopra, la quale, a sua volta, è differita dall'immagine che segue l'immagine precedentemente differita. Il film prende infatti le mosse da un percorso esistenziale che s'identifica con la vita stessa e che, come e in quanto tale, non assume mai i connotati della storia quanto, piuttosto, quelli dell'evento: la vita non si racconta, semplicemente avviene, e avviene con una consistenza che è propria dell'evento, dal quale non si può, come in una storia, prendere le distanze; la vita semplicemente è, ed è evento, il che significa che, a differenza di una storia, dove l'accadimento è raccontabile nel momento stesso in cui è passato, trascorso, cioè è possibile raccontarlo se e solo se si son prese da esso certe distanze (spaziali e temporali in primo luogo, ma anche - perché no? - emotive), la vita, la si può raccontare, sì, ma a patto che da essa non ci si sia allontanate, quindi sulla base di un qualche eco che da essa proviene e che parla per bocca del narratore. In essa siamo sempre e comunque coinvolti, e così Laura Marie Wayne, che nel porre l'immagine di Most of us don't live there recupera dei VHS che incista in un discorso filmico che sa di meditazione, di riflessione. Riflessione sul periodo in cui quei VHS sono stati registrati e riflessione, dunque, che è eco di quegli stessi accadimenti, di quella vita - una vita. Una vita di depressione, di episodi maniacali, di psicofarmaci e molto altro, ma non è questo ciò che importa, poiché il cinema non può mai essere cinema di terapia, e, questo, la Wayne lo sa bene, tanto da canalizzare il proprio pensiero in tutt'altro discorso, cioè il discorso della superficie. Naturalmente, essendo tutto superficiale, anche il discorso della superficie non può che essere superficiale, ma, se il discorso della superficie è il discorso sulla superficie, allora ciò Most of us don't live there chiaramente è altro non è che superficie. Certo, la superficie non si origina da sola, e il punto è proprio questo: c'è una profondità, c'è un abisso, ma quest'abisso ha solamente effetti di superficie, è profondità solo rispetto a una superficie sulla quale accade, si manifesta. Ora, questa profondità è la vita, e il cinema si trova improvvisamente a essere superficie sulla quale la vita accade, la sola superficie sulla quale la vita accade, il che, ovviamente, non implica necessariamente che senza cinema non ci sia vita quanto, piuttosto, che senza il cinema la vita non si manifesterebbe, non vivrebbe, si ridurrebbe a qualcosa d'improprio e svuotato. Non basta. Perché, come accennavamo poco sopra, in Most of us don't live there non si tratta solamente di far vivere la vita: si tratta, anche, di contemplare la superficie sulla quale la vita accade, e questo, cinematograficamente, si spiega nel modo seguente: se la vita è data dall'immagine, allora la superficie sulla quale l'immagine accade non può che rievocare l'idea di un'immagine dell'immagine, condizione di possibilità dell'immagine, della vita. Come dicevamo, il cinema si trova ad essere la superficie sulla quale la vita accade, e intendo con ciò il fatto che la vita accade sulla superficie cinematografia non possiamo non pensare alla vita come alle sequenze, inquadrature, immagini che costituiscono Most of us don't live there. Ma, allora, qual è la superficie di queste immagini? Wayne ricorda la propria infanzia, la metabolizza e la rielabora, e con ciò pone diverse immagini, ma ogni immagine rimanda a un pensiero che, pur essendo intrinseco a essa, ne differisce e, differendo, rimanda a quell'immagine pura che è la superficie stessa sulla quale queste immagini s'inscrivono. Naturalmente, una tale immagine (immagine dell'immagine) non può essere fatta immagine, perché ne è la condizione, ma la posta in gioco non è quella di mostrare l'immagine dell'immagine quanto quella di differire ogni immagine rispetto all'immagine dell'immagine e con ciò evocandola, quest'immagine d'immagine, perché essa può solo essere evocata; l'immagine diventa così simulacro che permette allo spettatore di accedere e di partecipare all'immagine dell'immagine, e ciò accade in superficie (il cinema), sulla quale la vita appare come immagine cinematografica, cioè scomparendo dalla profondità, sottraendosi alla profondità della vita: (voice-off) «Piccoli frammenti di memoria che appaiono e scompaiono in superficie...».

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