Kommunisten


Difficile. È davvero difficile restituire, a parole, la potenza e, soprattutto, l'autenticità che soggiacciono sotto la superficie che a conti fatti l'ultimo lavoro di Jean-Marie Straub, Kommunisten (Francia, 2014, 70'), è. In un certo senso, in fondo, ogni film altro non è che una superficie, eppure il valore superficiale emerge chiaramente e - per così dire - prepotentemente in Kommunisten, che dunque si fa cifra di un cinema del quale Jean-Marie Straub è capostipite e ultimo superstite; non per niente, infatti, in Kommunisten vengono recuperati materiali d'archivio della stessa produzione straubiana, da Fortini/Cani (Italia, 1976, 85') a Der Tod des Empedokles oder: Wenn dann der Erde Grün von neuem Euch erglänzt (Francia, 1987, 102'), e questi materiali, trapassati inizialmente dal testo di Malraux, Le temps du mépris, assumo infine la forma d'un archivio proliferante, perché, sì, in effetti Kommunisten non può che apparire solo a posteriori di un immenso lavoro archeologico che Straub compie sull'episteme cinematografico suo proprio, e se non ha la forma del testamento spirituale, questo, è senz'altro indubbio che almeno la forza di un'eco il cui riverbero dovrà udirsi anche in seguito alla sua cessazione sia di fondamentale e fondante importanza per quest'opera di Straub. Un'opera che, appunto, è essenzialmente l'opera, e non tanto perché essa recupera frammenti e frattaglie di alcuni precedenti lavori del regista quanto, piuttosto, perché è proprio ora, qui in Kommunisten, che il cinema di Straub assume se stesso come fondo per materializzarsi nella sua più pura virtualità, che è quella di essere concetto, sfera trasparente nel quale cinema e film si mostrano trapassandosi vicendevolmente e continuamente. L'idea del concetto, del resto, non è estranea al cinema, il quale, anzi, condivide colla forma filosofica la consistenza inconsistente propria di ciò che è virtuale, ed è proprio in questa virtualità che Straub gioca la sua partita: smontando la dialettica, il regista francese opera sulla Storia un'immensa opera di spoliazione che, senza renderla inerme, la fa come retroagire in vista di un futuro non verso il quale si slancia ma dal quale propriamente prende le mosse; l'interrogatorio iniziale, infatti, è un passato certamente determinante, così come sono determinanti i film precedenti di Straub, ma questo passato era comunque vissuto in vista dello slancio rispetto al quale il presente odierno era allora il futuro: così, la Storia assume un significato differente, e anziché ancorarsi sul passato si radica su un'utopia che la mantiene in piede e per certi versi la necessità di possibilità infinite, virtualizzando quell'attuale che era il passato. Ed è questo il punto: manca il presente. Kommunisten è un non-film se considerato semplicisticamente quale opera archeologica; se, invece, lo si considera nella sua totalità differenziale è un film a venire, dell'avvenire, che riporta i passati film nel film presente, così come il presente attuale non può che esistere in collocazione di un futuro verso il quale deve sempre slanciarsi (pena, altrimenti, l'esaurirsi di quell'élan vital che fondamentalmente il tempo - anche quello storico - è). Ed ecco l'utopia: guardare al futuro. Credere nel futuro. Credere di avere un futuro e credere che ci sarà un futuro. Che il presente non si rattrappisce in se stesso, non è autoreferenziale, ma avrà un'eco: la resistenza ha avuto un'eco, questo cinema avrà un'eco, ogni opera rivoluzionaria, nonostante i fallimenti in cui ineluttabilmente incapperà, avrà un'eco. E noi dobbiamo guardare a quest'eco, nonostante stiamo già fallendo.

2 commenti:

  1. A quasi due anni di distanza,sei rimasto della stessa opinione riguardo questo non-film ?

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