Fotogrammi #24: Jonas Mekas e l'underground


«Quando mi fu chiesto di accettare il più alto riconoscimento del Philadelphia College of Art, esitai un momento e mi chiesi: chi sono io? Veramente non ho fatto molto nella mia vita, tutto ciò che desidero fare, tutti i miei sogni, sono ancora affidati al futuro. Poi pensai ancora: ciò cui il College in realtà tende, facendomi questo onore, è indirizzare l'attenzione della gente verso l'arte d'avanguardia. Questo riconoscimento non è tanto rivolto a me, quanto a tutti quegli artisti d'avanguardia che stanno cercando di portare un po' di bellezza a un mondo pieno di tristezza e di orrore. Che cosa stiamo facendo, a che punto siamo noi dell'underground? Qual è il suo significato? Cercherò di rispondere, o di indicare alcuni dei significati del nostro lavoro, che sono del resto molto legati ad ognuno di noi. Vi era un tempo, avevo sedici o diciassette anni, in cui ero idealista e credevo che il mondo sarebbe cambiato nel corso della mia vita. Leggevo di tutte le sofferenze dell'uomo, delle guerre e della miseria che avevano dominato i secoli passati e in qualche modo credevo che tutto ciò nell'arco della mia vita sarebbe cambiato. Avevo fiducia nel progresso dell'uomo e nella sua bontà. Poi venne la guerra e io vissi orrori ancora più incredibili di quanti avevo letto nei libri, e tutto ciò accadde proprio davanti ai miei occhi, davanti ai miei occhi teste di bimbi erano fracassate con le baionette. E tutto ciò era fatto dalla mia generazione, e fatto in tutto il mondo dalla mia generazione. Tutto ciò in cui credevo fu scosso dalle fondamenta. Tutto il mio idealismo e la mia fede nella bontà del progresso dell'uomo vennero infranti. In un modo o nell'altro, riuscii a tenermi insieme, ma non ero più un pezzo solo, ero mille pezzetti dolenti. È proprio per questo, e a causa di questo, che ho fatto ciò che ho fatto. Sentii che dovevo ricominciare tutto d'accapo. Non avevo più fede né speranza e dovevo rimettermi insieme pezzo per pezzo. Non fui sorpreso, quando arrivai a New York, di trovare altri che sentivano come me; erano poeti, film-maker e pittori, gente anch'essa che camminava come mille dolenti pezzetti. Sentivamo che non c'era più nulla da perdere, che non c'era quasi nulla del nostro retaggio di civiltà che valesse la pena di conservare. Purifichiamoci, pensammo, eliminiamo tutto quanto ci trascina in basso, tutto il fardello di orrori, menzogne ed egoismi. La Beat Generation fu la conseguenza, il risultato di questa disperazione. Noi sentimmo che nessun prezzo era troppo alto per questo processo di ripulitura, nessun fastidio troppo grande. Che deridano pure noi e il nostro aspetto cencioso, e ci sputino sulla barba. Anche se non avevamo nulla da mettere dove avevamo pulito, ciò che ancora accadde ad alcuni di noi, pure non potevamo restare dove eravamo. E non solo dovevamo ripulire il presente ma anche, attraverso l'esperienza della droga e della meditazione, risalire molte generazioni per eliminare il nostro egoismo, la nostra malafede, la nostra diffidenza, il nostro spirito competitivo, l'interesse personale, in modo che, se c'era qualcosa di bello e di puro, avrebbe trovato un posto libero, sarebbe sceso in noi e avrebbe cominciato a fiorire. Era, ed è ancora, una dolorosa ricerca. Siamo ancora all'inizio di questa ricerca e crescita e molte menti non reggono e vanno a pezzi. Noi stiamo attraversando la drammatica fine dell'era cristiana e la nascita di quella che comincia a essere definita l'era dell'antiquario, e lo spirito degli uomini sta subendo violente scosse che non sempre sappiamo controllare. Ma è un po' più facile perché vi sono molti di noi ora nelle varie parti del paese e del mondo, noi continuiamo a incontrarci e ci riconosciamo, sappiamo di essere i pionieri viaggianti della nuova età. Siamo una generazione di transizione. La mia generazione, la nostra generazione, portano il segno del viaggio. Noi continuammo, e ancora lo facciamo, ad andare a ricercare senza sosta, da un lato all'altro del continente, tra San Francisco e New York, l'India e il Messico, attraverso tutti gli itinerari interiori dello yoga, della macrobiotica e dell'esperienza psichedelica. Dai tempi di Colombo, nessuna generazione ha viaggiato di più delle due attuali generazioni americane. Cero anche altre generazioni hanno viaggiato, ma lo facevano da conquistatori, per dominare gli altri e imporre il proprio modo di vivere. I nostri genitori stanno ancora viaggiando attraverso il Vietnam come conquistatori, viaggiano, ma quanto inutili e irreali ci sembrano oggi i viaggi e le loro conquiste. Perché noi viaggiamo e raccogliamo frammenti di sapere, d'amore e di speranza delle età passate; non la saggezza dei nostri genitori o il buon senso della mamma, ma la saggezza che è vecchia come la terra, i pianeti e l'uomo stesso, quella mistica ed eterna, raccogliendoci pezzo per pezzo, nulla avendo da offrire agli altri se non accettare con gioia ciò che emana amore, calore e saggezza per quanto piccolo sia. In cinema, questa ricerca si manifesta con l'abbandono di tutti i correnti valori, regole, soggetti, tecniche e finzioni professionali e commerciali. Abbiamo detto che non sappiamo cosa sia l'uomo, non sappiamo cosa sia il cinema, mantenendoci - quindi - totalmente aperti. Andiamo in ogni direzione, siamo aperti e attenti, pronti a partire in ogni direzione al richiamo più tenue, come chi è troppo stanco ed esausto ed i cui sensi sono come una corda senza forza propria, fatta vibrare dai mistici venti della nuova era; al minimo moto, segno o richiamo, andiamo dovunque rompendo la rete che ci trascina in basso. Il sole è la nostra direzione, non il denari né il successo, le comodità, la sicurezza, neppure la nostra felicità, ma la felicità di tutti noi insieme. Avevamo l'abitudine di marciare con cartelli protestando contro questo e quello, oggi capiamo che per migliorare il mondo e gli altri dobbiamo prima di tutto migliorare noi stessi, che solo attraverso la nostra bellezza possiamo far belli gli altri. A questo punto, perciò, il nostro lavoro più importante siamo noi stessi, la protesta e la critica dell'ordine esistente può avvenire solo attraverso l'espansione del nostro essere. Noi siamo la misura di tutte le cose, e la bellezza della nostra creazione, della nostra arte, è proporzionale alla bellezza nostra e delle nostre anime. Vi sarete chiesti forse talvolta perché continuiamo a fare piccoli film, film sotterranei, perché parliamo di film fatti in casa e avrete sperato che ciò cambi presto. Aspettate, avrete detto, che comincino a fare film grossi, ma noi diciamo no, c'è un malinteso, noi stiamo facendo veri film. Ciò che facciamo viene dai bisogni più profondi dell'anima umana. L'uomo ha sprecato se stesso fuori di sé, è scomparso nelle sue proiezioni. Noi vogliamo riportarlo indietro nella sua piccola stanza, a casa sua, ricordargli che c'è una cosa che si chiama casa, dove di tanto in tanto può stare solo con se stesso e con alcuni pochi che gli vogliono bene, questo è il significato dei film fatti in casa, le visioni private dei nostri film. I nostri film vengono dal cuore, i nostri piccoli film, non i film di Hollywood. Essi sono come estensioni del nostro battito vitale, dei nostri occhi e delle punte delle nostre dita, talmente personali e umili essi sono nel loro movimento, nel loro uso della luce e nelle loro immagini. Vogliamo circondare la terra dei nostri film e scaldarla finché cominci a muoversi. Potremmo continuare a ritrarre il nostro ambiente, essere specchio delle nostre sporche città e del grigiore quotidiano, ma questo l'abbiamo già fatto. Vi è dolore nelle arti degli ultimi decenni, l'intero arco della cosiddetta arte moderna non è altro che pena della nostra civiltà agonizzante, le ultime decadi dell'era cristiana. Ora cerchiamo e siamo spinti dal desiderio di una gioia nascosta dentro di noi, dentro le stelle, e vogliamo portarla sulla terra in modo che cambi le nostre città, i nostri volti, i nostri movimenti, le nostre voci, le nostre anime, vogliamo un'arte della luce. Voi vedrete sempre più luminosi colori e suoni celesti provenire dalla nostra arte. Le pennellate saranno cariche di un'energia diversa, che non esprimerà più il nostro egoismo né ci affermerà come artisti (questo è finito per sempre), ma porterà in terra i bisbigli del cielo nei quali le nostre personalità si dissolveranno. Lo vedo accadere in tutto il paese e umili, sconosciuti artisti continuano a venire dalle terre più diverse e lontane come monaci, fermandosi di tanto in tanto sul loro cammino a mostrare fugaci visioni celesti. Una rinascita spirituale sta venendo sopra di noi, ed è attraverso gli artisti che la nuova età ci porta le sue prime voci e visioni. Siamo allora il più aperti possibile alla nostra arte, a quest'arte nuova. Non è tempo di abbassarci ma di essere pronti a cantare la nostra nota più bella. Parlavo all'inizio della mia disillusione dopo la guerra. Oggi, per la prima volta dopo molto tempo, comincio improvvisamente a vedere i pezzi infranti di me stesso rimettersi insieme, ascolto con la massima apertura, con tutti i sensi e gli occhi e le orecchie aperte, e comincio a udire e a vedere emergere un uomo nuovo. Dopo quindici anni di disinganno, letalmente, durante gli ultimi mesi, ho riguadagnato fiducia e speranza nell'uomo e la certezza che è questa la generazione che sta costruendo il ponte dall'orrore alla luce. Voi, io, siamo i mille pezzi dolenti che cominciano a unirsi in una nota melodiosa, come una nuova razza d'uomini emergente sulla terra.» (Jonas Mekas, Discorso pronunciato nel giugno del 1966 al Philadelphia College of Art)

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