Death and the devil (Tod und Teufel)




Tod und Teufel (Germania, 2009, 56’) è un film a due vie. Da una parte c’è il conte Eric von Rosen (1879-1948), etnografo svedese che trascorse svariati anni viaggiando ed esplorando paesi come Argentina, Bolivia e Rhodesia (oggi Zimbabwe). Il titolo esplica bene la sua figura, cacciatore appassionato e spietato che, come diceva lui stesso, deride la morte, riempiendo il suo castello di pelli di animali, orsi in particolar modo, e cimeli provenienti dalle sue esplorazioni. Il film mette insieme le varie foto scattate durante i suoi viaggi e con lettere e diari ne traccia il percorso e i pensieri. Eric von Rosen oscilla tra la preoccupazione e un senso di responsabilità civile (per esempio per le atrocità in Congo del primo ‘900, dove venivano amputare le mani di chi non raccoglieva abbastanza gomma grezza o si opponeva ai lavori forzati), e comportamenti per noi oggi aberranti come lo sdraiarsi in un’amaca sorretta da un po’ di negri, a mo’ di capo bianco in cui viene sottolineato il ruolo primeggiante dei bianchi. Ma sono altri anni, anni in cui davvero si concepiva la storia umana in una linea dal meno al più sviluppato, con l’Europa in una posizione di supremazia rispetto agli altri popoli, i primitivi – ma, questo senso di superiorità, lo si può del resto trovare anche ora condannando questi esploratori per il loro atteggiamento razzista. Come si diceva all’inizio, è un film a due vie. La seconda, e più interessante, è rappresentata dal fatto che il regista ci mostra il suo legame con il nonno paterno, lo stesso Eric appunto. Il film quindi non è più solo un insieme di fotografie di un etnografo ed esploratore con ingenti possibilità economiche ma diventa la raccolta di cimeli di famiglia, chiusi in varie scatole al castello di Rockelstad, le quali, una volta aperte, fanno emergere del materiale che Nestler fa proliferare e che diventa così anche il materiale di Peter Nestler, tracciando la storia di un riscatto tra generazioni, la cui fonte è Eric von Rosen, quell’uomo che, con i nazionalsocialisti – peraltro sempre appoggiati - in Cecoslovacchia accende una piccola protesta, privata e silente, che passa poi attraverso uno dei figli di Eric, Carl Gustav von Rosen, che impegnò la sua vita in missioni di guerriglia, per esempio contro l’occupazione italiana in Etiopia nel ‘35, per arrivare fino a Nestler, che fino ad oggi ci ha mostrato cosa si può fare con il cinema, con film come, per esempio, Ödenwaldstetten (Germania Ovest, 1964, ’36), in cui mostra il passaggio dalla manodopera al dominio della macchina, fino a Tod und Teufel, dove si intreccia non solo il valore documentaristico ma la possibilità, data dal cinema, di dipanare una nuova storia, quella della vita di un uomo, della sua famiglia e della possibilità di mostrare con un film la possibilità stessa del film. 

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