Beyond Zero: 1914–1918


Per certi versi si potrebbe riportare il cinema di Bill Morrison davvero molto vicino all'immenso progetto archeologico di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, se non per l'estetica quantomeno per l'etica che vena ambedue le cinematografie; del resto, lo si era già visto a proposito di Prigionieri della guerra (Italia, 1996, 62'), che la proliferazione delle immagini era la pietra angolare del cinema di Gianikian e Ricci Lucchi, così come The great flood (Inghilterra, 2011, 80') sopravviveva per fare del discorso storico un discorso eminentemente cinematografico, intrecciando i toni dei due discorsi. In Beyond Zero: 1914–1918 (USA, 2014, 39') le cose non cambiano granché, anzi in un certo senso, sì, cambiano, ma cambiano perché si acuiscono, si radicalizzano, e il discorso storico diventa un discorso cinematografico poiché, in fondo, lo è sempre stato. Girato assieme a David Harrington e puntellato su un tappeto sonoro intessuto da Aleksandra Vrebalov, Beyond Zero: 1914–1918 non recupera semplicemente la prima guerra mondiale ma la fa vivere, letteralmente, il che significa che la proliferazione delle fonti, ora, non è tanto il fine che veicola il mediometraggio quanto, piuttosto, il punto di partenza del mediometraggio medesimo; ci si ritrova infatti di fronte a una strana alchimia, ma la sensazione di stranezza è posticcia, data da uno spettatore strutturato in maniera tale da contemplare la guerra in una certa maniera: e Morrison e Harrington fondamentalmente dicono, mostrano che, no, quella guerra non è la Grande Guerra, la Grande Guerra è da sempre stata obnubilata, oscurata, seppellita in un discorso storico che era al di là del sapere, ovverosia all'interno di un regime di potere tutelato dai libri, dalle televisioni, dagli organi di Stato e via dicendo. L'operazione messa in atto da Morrison e Harrington, dunque, non consiste nel sottrarre il discorso della Grande Guerra al potere che l'ha istituito istituzionalizzandolo e istituzionalizzato istituendolo, bensì di scovare quei 35mm che non sono nell'ordine di quel discorso e che sussistono ed insistono in maniera esclusivamente virtuale, possibile, come schegge impazzite, impossibili da denunciare: è il cinema. I 35mm, infatti, non parlano della Grande Gerra. La Grande Guerra sta sotto, prolifera all'interno di un discorso che la mantiene e che l'ha catturata, ovverosia il discorso cinematografico. Il Kinoglaz, in questo senso, non è però da intendere come un'altra istituzione ancora, bensì come ciò che ha colto in maniera del tutto immanente quell'evento e che deve così mostrarsi immanentemente all'evento nell'atto stesso della sua restituzione. Ecco la grande scoperta di Morrison: comunque vada, si ha sempre a che fare con un dispositivo e mai con l'evento in sé, ma l'evento in sé può diventare un simulacro che rimanda effettivamente all'evento puro se e solo se il dispositivo che l'ha colto lo restituisce così come l'ha colto. Beyond Zero: 1914–1918, dunque, porta all'estrema radicalità la poetica di Morrison, poiché finalmente abbiamo a che fare con un cinema che, sì, è stato dispositivo ma che ora, nell'atto di restituire l'evento, di far emergere il simulacro, fantasma dell'evento, s'è intriso di quell'evento, e da forma che era si concretizza nella sostanza, nel sostrato materiale che può far sussistere la voce del fenomeno (in questo caso il fenomeno Grande Guerra). 

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