Asleep (Adormecido)


Lascia disarmati e afasici, il meraviglioso cortometraggio di Paulo Abreu, Adormecido (Portogallo, 2012, 11'), e sarà per il fatto di restituire, attraverso un telecinema del tutto amatoriale, un processo di stagnazione ed esplosione che fa dell'esplosione stessa un'implosione meditante la quale la stagnazione iniziale assume ora una forma vitale o mortifera a seconda che il dinamismo esplosivo faccia proliferare la vita stagnante o la destituisca in toto, e il punto è il proprio questo, che Abreu canalizza in una pista sonora che mescola la registrazione a un audio originale intensificante; la particolarità di Adormecido, infatti, risiede in buona parte nel fatto di concepire la registrazione dell'attualità in maniera estensiva e, quindi, di intensificarla attraverso una lavorazione sull'apparato audio che non è un'aggiunta ma, anzi, si misura per intensità, cioè scopre il carattere intensivo dell'estensione sonora propria di quei luoghi. Luoghi stagnanti e desertificati, abbiamo detto, ma pieni di vita, e sarà che lo sfarfallio del super8 accelerato pone in essere un dinamismo che, per quanto intrinseco al paesaggio registrato, risulta immediatamente inavvertibile qualora, questo paesaggio, lo si osservasse ad occhio nudo ma è incontrovertibile che il Kinoglaz di matrice vertoviana, qui, è utilizzato e palesato in tutta la sua più armoniosa e magnifica potenza, quasi fosse un occhio non tanto sul paesaggio quanto, piuttosto, del paesaggio, che in questa maniera guarda se stesso e restituisce cinematograficamente quest'auto-riflessione, questa riflessione fatta su di sé e non - ecco l'aspetto magnifico del cortometraggio - ciò che esso vede. In effetti, il carattere di mediazione e l'autenticità di questa mediazione fa trasparire una naturalità altrimenti impossibile, qualora la cinepresa risultasse esterna all'ambiente, il che rimanda, senza troppe cerimonie, non propriamente a uno sguardo ma all'atto stesso del guardare: non si vede, si vede guardare. Chi guarda? L'ambiente, appunto. Che si anima così di una vitalità intensiva colta precisamente dal cinematografo, che aderisce e si confonde con l'ambiente stesso. Quale ambiente? Quello che sta ai piedi del vulcano Capelinhos, nelle isole Azzorre. Ed è un vulcano, il Capelinhos, che in sé racchiude perfettamente l'idea che si può fare di queste stesse zone; il vulcano, infatti, seppur dormiente, è considerato attivo, e l'esplosione finale altro non manifesta che la vitalità di un ambiente che, per quanto desertico e desertificato, è a tutti gli effetti vivente, proliferante, dinamico, condizione di possibilità, questa, del cinema stesso, che in questo senso sta dalla parte della vita, cioè sta nella vita stessa, la quale viene colta e fatta proliferare nonostante l'aridità e la morte, nonostante l'occhio non si accorga della magnifica presenza di un vitalismo che permea ogni cosa. 

2 commenti:

  1. vado un attimo off topic: l'hai visto plemya di miroslav slaboshpitsky. se sì, che ne pensi?

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